giovedì, 11 giugno 2009

L'Hospitalité di Lourdes compie 125 anni

Formata da circa 20.000 volontari di tutto il mondo

LOURDES (Francia), giovedì, 11 giugno 2009 (ZENIT.org).- L'Hospitalité Notre Dame de Lourdes, l'associazione internazionale che si occupa di accogliere e supportare i pellegrini che ogni anno rendono omaggio alla Vergine e ai luoghi della sua apparizione a Bernadette, festeggerà 125 anni nel gennaio 2010.

Durante tutto l'anno, informa un comunicato ricevuto da ZENIT, si svolgeranno numerose celebrazioni, sia a Lourdes che nei vari Paesi di provenienza dei circa 20.000 volontari che formano l'associazione. L'appuntamento più importante sarà in Vaticano, dove il presidente Antoine Tierny guiderà una folta delegazione di hospitaliers in una serie di cerimonie e preghiere che culmineranno con un'udienza concessa da Papa Benedetto XVI.

Tierny, il segretario Alan Bregon, il tesoriere Alain Marchio e il cappellano padre Horatio Brito coordinano gli hospitaliers, che si danno il cambio nella stagione dei pellegrinaggi per fornire assistenza e supporto dopo aver seguito un'attenta preparazione.

Prima di poter essere considerati membri dell'Hospitalité Notre Dame di Lourdes, infatti, bisogna frequentare un corso di formazione per i primi quattro anni di volontariato. Dopo la preparazione, spirituale e pratica, i volontari sono pronti a essere suddivisi nei diversi servizi, che spaziano dal servizio ai tavoli nelle mense alla pulizia degli spazi comuni, dall'accoglienza dei pellegrini alla stazione ferroviaria e all'aeroporto all'accompagnamento dei malati.

Tra i compiti più delicati c'è la cura dei pellegrini durante il percorso del bagno, di cui si occupa il Servizio San Giovanni Battista, che offre un vero cammino spirituale che ricorda il sacramento del Battesimo, mentre il Servizio Marie Saint Frai può ospitare più di 400 pellegrini disabili grazie anche all'aiuto delle Figlie di Notre Dame des Douleurs.

Un tratto caratteristico dell'Hospitalité è l'internazionalità dei suoi volontari. Molti sono italiani: tra hospitaliers, stagisti e ausiliari nel 2008 sono stati ben 3.036, seguiti dai francesi (2.739). Ci sono stati poi 471 americani, 429 inglesi, 311 irlandesi, 252 tedeschi e 72 belgi. Cresce di anno in anno anche il numero dei volontari provenienti dai Paesi orientali, nel 2008 221 tra hospitaliers, stagisti e ausiliari.

L'Hospitalité Notre Dame di Lourdes è nata nel 1885 per volontà dei Cappellani dei Santuari di Lourdes e del Vescovo di Tarbes con la missione di accogliere i pellegrini malati.

Nella sua storia sono fondamentali soprattutto due momenti: il 20 marzo 1928, data dell'elevazione dell'Hospitalité alla dignità di Arciconfraternita da parte di Papa Pio XI, e l'anno 2000, quando il cambiamento di statuto ha permesso la fusione delle hospitalités femminili con quella maschile.

Oggi l'Associazione lavora sotto la supervisione del Vescovo di Tarbes e Lourdes, attualmente monsignor Jacques Perrier, durante la stagione di maggiore afflusso di pellegrini, tra il 20 marzo e il 31 ottobre.

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lunedì, 01 giugno 2009

Sono io!!!Troppo tempo è passato dall'ultima volta che ho aggiornato questo blog. Avevo promesso a me stesso che non lo avrei lasciato morire. Facebook mi ha distratto e mi ha tolto tanto del poco tempo libero che ho. Ma ora si riprende. Lo devo quantomeno a me stesso e a quella quarantina, cinquantina di persone che venivano a leggere i miei pensieri sul blog. Si ricomincia, sì, si ricomincia.

 

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sabato, 27 dicembre 2008
Monsignor Attilio Bianchi nella Messa di mezzanotte ha detto ai presenti
che se non sono preparati ad accogliere gli immigrati, "Gesù non nasce"

Bergamo, niente Bambinello nel presepe
Il parroco spiega ai fedeli: "Non siete pronti"


Bergamo, niente Bambinello nel presepe Il parroco spiega ai fedeli: "Non siete pronti"

BERGAMO - In una chiesa di Bergamo il parroco si è rifiutato di mettere la statuetta di Gesù Bambino nel presepe (come accade, per tradizione, il 24 dicembre), perché la gente "non è pronta". E ora fa discutere la scelta di monsignor Attilio Bianchi, parroco della chiesa di Santa Lucia, il Tempio votivo di Bergamo, annunciata nel corso dell'omelia, alla Messa di Mezzanotte.

Il sacerdote, che durante le omelie domenicali invita i fedeli a curarsi dei poveri e degli emarginati, ha deciso di comportarsi di conseguenza. E durante l'omelia ha proclamato: "Questa notte non è Natale. Non siete pronti. Se non sapete accogliere lo straniero, il diverso, non potete accogliere il Bambin Gesù.
Perciò Gesù non nasce".

E quindi non ha fatto porre nel presepe della chiesa la statuetta (già pronta) del Bambinello. A chi ha chiesto spiegazioni ha poi detto che il presepe era basato sul racconto di Ezio del Favero 'Al chiaro delle stelle', in cui Gesù Bambino esce dalla culla per andare da un bimbo povero che non osava stargli vicino: "Il messaggio che abbiamo voluto dare è proprio questo: Gesù non ha paura di avvicinarsi agli emarginati, agli ultimi. E' ora che chi si dice cattolico metta in pratica gli insegnamenti di Cristo".

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sabato, 20 dicembre 2008
Greta, la speranza dopo 3 anni di coma «Io, sua madre, lotterò sempre con lei»
  
«Non scriva che è un miracolo, la prego non sia come gli altri giornalisti che in queste ore stanno seminando confusione e sciocchezze solo per fare un po’ di clamore. Scriva solo la verità: che miracolo non è, altrimenti sarei stata io la prima a mettere in manifesti per le strade d’Italia. Ma che è un inizio. Soltanto l’inizio, ci auguriamo, di un nuovo cammino. L’esperienza di questi mesi, trascorsi accanto a Greta, ci ha insegnato che non sarebbe giusto illuderci e ancora più illudere molte famiglie che si trovano nella nostra stessa situazione».
Laura Vannucci, la madre di Greta, distilla parole importanti con la parsimonia di chi ha imparato a soffrire. In silenzio. Cercando, minuto dopo minuto, di portare la lanterna della vita dentro l’esistenza di una figlia amatissima che, 35 mesi fa, quando aveva 18 anni, è uscita dalla lamiere contorte di un incidente stradale per entrare nel buio di uno stato vegetativo. Ha alzato un braccio, finalmente, Greta. E subito si è parlato di risveglio dal coma .«E – dice sua madre con una punta di amarezza – per qualcuno, è come se Greta avesse lasciato la sedia a rotelle per prepararsi al cenone di Capodanno, per ballare con suo papà...».
E invece, signora Vannucci?
«Greta, come hanno detto i medici è passata da uno stato vegetativo ad uno stato di minima coscienza. Ciò significa che in alcuni momenti della giornata Greta è cosciente ed esegue dei semplici comandi come muovere il braccio. Ma questo piccolo passo in avanti non ci garantisce che lei possa migliorare sempre di più. Il successo di questa sperimentazione ha permesso ai medici di scoprire che il cervello, se stimolato in modo adeguato, può recuperare alcune funzioni, per esempio dei fasci neuronali, come hanno fatto vedere le immagini delle risonanze. Ma i risultati che vorremmo, i risultati che dei genitori possono sognare guardando i loro figli ridotti così, ovvero sentirli parlare, ridere o vederli camminare, non sono e non possono essere – il professor Canavero è stato chiaro – una conseguenza diretta di ciò che mostrano le risonanze ma devono nascere solo da un miglioramento complessivo e sicuramente più problematico. Quel miglioramento per cui mio marito ed io non abbiamo mai smesso di lottare».
Per questo motivo state pensando all’intervento con le cellule staminali?
«Sì, stiamo valutando l’opportunità di una trasferta in Cina per il trapianto delle staminali. È un operazione sperimentale, che in Italia non è ancora permessa come si sa, e soprattutto non si sa assolutamente se funzionerà e, nel caso funzionasse, a che tipo di miglioramenti ci porterà. Anche in questo caso stiamo davanti ad un bivio perché purtroppo l’intervento non è privo di rischi. In ogni caso se decideremo per il sì, sarà a primavera. Preferiamo aspettare ancora 4 o 5 mesi proprio perché i fasci neuronali stanno ricrescendo. E solo aspettando potremo vedere se Greta riuscirà a fare altri progressi con l’aiuto dello stimolatore».
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martedì, 16 dicembre 2008
Atto di indirizzo del dicastero del Welfare che rende illegale per le strutture del SSN
bloccare l'idratazione e l'alimentazione della donna, in stato vegetativo da 16 anni

Eluana, interviene il ministero
"Vietato interrompere la nutrizione"

La risposta del legale degli Englaro: "L'atto non vale niente"
Il bioeticista Neri: "Crudeltà nei confronti della famiglia"


Eluana, interviene il ministero "Vietato interrompere la nutrizione"

Un'immagine di Eluana Englaro

ROMA - Interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale. A stabilirlo è un atto di indirizzo che il ministero del Welfare ha inviato a tutte le Regioni. E il suo effetto immediato vuole essere un blocco delle procedure che, dopo anni di battaglie legali, hanno portato la famiglia di Eluana Englaro ad ottenere lo stop dell'alimentazione e dell'idratazione che tengono la donna in stato vegetativo da 16 anni.

Immediata arriva la risposta del legale della famiglia Englaro, Vittorio Angiolini, secondo cui l'atto del ministero "non vale niente, perché la legge non la fa Sacconi'". "Mi lascia letteralmente esterrefatto": sono invece le prime parole di Carlo Alberto Defanti, il neurologo ed ex-primario del Niguarda di Milano che dal 1995 ha in cura Eluana. Defanti osserva che, in base a questo atto, "non si fa quel che bisognerebbe fare: applicare una sentenza del tribunale della Repubblica Italiana".

"Ho firmato questo atto - ha spiegato il ministro Sacconi, illustrando il provvedimento insieme ai sottosegretari Martini e Roccella - perché lo ritengo doveroso, affinché tutto il servizio sanitario nazionale, si uniformi al dovere di garantire a qualunque persona diversamente abile il diritto alla nutrizione e all'idratazione".

Nel concreto questo significa che, se una struttura del Ssn eseguisse la sentenza della Cassazione che autorizza il distacco del sondino per Eluana, "questa struttura opererebbe contro la legge".

Il documento rinvia alla Convenzione sui diritti delle persone disabili approvata dall'Onu il 13 dicembre 2008 e al parere del 30 settembre 2005 del Comitato nazionale di bioetica, secondo cui la sospensione della nutrizione "va valutata come una forma particolarmente crudele di abbandono del malato".

A questo proposito, sulla questione interviene il bioeticista Demetrio Neri, membro del Comitato nazionale di bioetica, anche all'epoca in cui venne approvato quel parere. L'atto d'indirizzo, secondo Neri, non solo va contro una sentenza del Tribunale della Repubblica, ma è anche "una grave crudeltà verso la famiglia, il padre e la madre di Eluana". "Il fatto che un atto sia legale o illegale dipende, mi sembra - aggiunge Neri - dato che non sono un giurista, dall'esistenza di una legge e il ministro Sacconi non può sostituirsi al Parlamento nel fare le leggi".

Della stessa opinione il legale degli Englaro: "Mi sembra una cosa abnorme - dice Angiolini - il parere del Comitato nazionale di bioetica e la convenzione dell'Onu sui diritti dei disabili non c'entrano assolutamente niente con la nostra normativa".

Secondo indiscrezioni, inoltre, Eluana potrebbe arrivare già questa notte alla Casa di cura ''Città di Udine'', che la accoglie per accompagnarla alla morte, anche se, dopo l'intervento del ministero, la questione potrebbe riaprirsi.
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domenica, 07 dicembre 2008

Non c’è peggior sordo

Dicembre 6, 2008

Non ho la rabbia di molti, che oggi sui giornali accusano il governo di avere detto “sì ai vescovi e no agli studenti”. Forse perché reputo un atto dovuto il ripristino dei fondi alle scuole non statali (attenzione: non statali), così come ritenevo uno scempio il loro taglio qualche giorno fa. Il problema non è, infatti, scegliere fra i vescovi e gli studenti, ma garantire un servizio pubblico a tutti: le scuole non statali (cioè le paritarie, fra le quali molte cattoliche, ma anche le comunali) arrivano lì dove lo Stato non riesce ad arrivare e dunque è giusto che il loro servizio pubblico venga riconosciuto. Se privatizzo il gruppo Tirrenia, tanto per fare un esempio, ho due possibilità: o lascio la gestione interamente alla volontà dei privati - che quindi, divenendo i nuovi proprietari, sceglieranno quante corse fare e soprattutto quali - oppure lego questa privatizzazione ad alcune regole, per garantire agli abitanti di Procida la possibilità di andare a lavorare a Napoli alle 7 del mattino e di tornare a casa alle 22 pure a novembre. È un servizio pubblico anche questo, nonostante sia gestito da privati, e come servizio pubblico va trattato: i proprietari del gruppo Tirrenia sottoscrivono una convenzione con lo Stato e ricevono contributi pubblici in cambio dell’impegno ad assicurare ai cittadini anche le corse “fuori mercato”. Lo stesso discorso vale per le scuole non statali: tanto gli asili comunali quanto le elementari delle suore,  per esempio, sono in molte zone d’Italia l’unica ancora di salvezza per milioni di famiglie; offrono dunque un servizio pubblico, al pari (non a caso si chiamano scuole paritarie) degli asili e delle elementari statali, ed hanno l’obbligo di rispettare regole precise (i giorni di lezione in un anno, le ore a settimana, i programmi, i criteri di valutazione…) uguali per tutti. Affermare dunque, come fa un ex docente della Sapienza su Repubblica di oggi, che “gli istituti privati dovrebbero finanziarsi facendo leva sulle regole di mercato” è una fesseria abnorme, perché se così fosse - ritorno al paragone di poco fa - gli abitanti di Procida avrebbero il traghetto per Napoli solo da giugno a settembre, quando ci sono i turisti, e farsela in gommone d’inverno non è proprio il massimo. Detto questo, torniamo al punto di partenza: il governo ieri non ha detto “sì ai vescovi e no agli studenti”; ha detto “sì ai vescovi e no ai partiti dell’opposizione”, visto che avevamo presentato in Aula emendamenti volti a ripristinare questi fondi per le scuole non statali e che la maggioranza, naturalmente, ce li ha bocciati. Ci abbiamo provato anche con un ordine del giorno: niente. Poi la Cei ha alzato la voce - mi era giunta notizia addirittura di una protesta clamorosa, con possibile coinvolgimento delle parrocchie - e Berlusconi se l’è fatta sotto. La cosa che mi turba di più non è che abbiano dato retta alle sacrosante ragioni della Chiesa, ma che ancora una volta non abbiano dato retta a noi per puri motivi ideologici: sono sordi a priori, non ci sentono dall’orecchio sinistro, e qualsiasi cosa diciamo la rifiutano solo perché l’ha detta il Pd.

sabato, 29 novembre 2008

Social card: a Napoli è corsa all'Isee ai Caf Acli

Napoli, 29 novembre 2008 - A poche ore dall'annuncio 'ufficiale' da parte del governo dei requisiti per l'assegnazione della social card, con l'arrivo nelle case degli italiani delle prime lettere dei ministeri dell'Economia e del Lavoro, è partita la corsa all'Isee, l'indicatore della situazione economica familiare, che deve attestare un reddito complessivo inferiore ai 6000 euro come primo requisito per l'accesso alla 'carta acquisti'.

Agli sportelli del Caf Acli della provincia di Napoli, oltre quaranta, tantissime telefonate e decine di pratiche Isee nella sola giornata di giovedì, con un aumento del 40% rispetto ai numeri del giorno precedente. Il 60% dei moduli Isee compilati soddisfa il requisito del reddito (rimane cioè sotto la soglia dei 6000 euro) ma oltre la metà di questi (52%) resta comunque fuori dalla partita della social card perché non soddisfa i requisiti dell'età: o i richiedenti hanno meno di 65 anni o hanno figli con più di tre anni. Complessivamente, meno di una dichiarazione Isee su 5, tra quelle compilate ieri nei Caf Acli, riconosceva i requisiti di reddito e di età necessari per 'tentare' di ottenere la carta acquisti del governo.

Gli operatori di sportello dei Caf Acli, in particolare nelle sedi più periferiche, raccontano la «delusione» degli anziani che erano convinti di potere accedere al sussidio e la «rassegnazione» degli stranieri regolarmente residenti che scoprono di non poter chiedere la 'carta' perché non italiani.

«Da parte nostra - afferma il presidente delle Acli di Napoli Pasquale Orlando - assicuriamo come sempre la massima disponibilità e assistenza alle persone che verranno a chiedere in questi giorni la compilazione del modello Isee e di tutta la modulistica necessaria per inoltrare correttamente la pratica agli uffici postali».

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sabato, 22 novembre 2008
15.11.2008
Ordine e illegalità
di Vittorio Gennari

Radicali: l'esame di Stato non si può fare, se prima non s'è fatto il praticantato

Rita Bernardini (PD): "L’Ordine dei giornalisti deve essere commissariato"

La deputata PD Rita Bernardini ha presentato un'interrogazione parlamentare sottoscritta anche dagli altri cinque parlamentari radicali del gruppo del Pd alla Camera, chiedendo al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, di chiarire quella che appare una vera e propria violazione della legge 69 del 1963.

A infrangere le norme, secondo i parlamentari radicali, è proprio l’organismo che ne dovrebbe curare l’osservanza da parte di tutti, vale a dire l’Ordine dei giornalisti, per il quale la Bernardini chiede il commissariamento per giungere alla revoca delle convenzioni con ben 21 istituti di formazione al giornalismo.

“A parere degli interroganti – si legge nell’interrogazione depositata lunedì scorso - è evidente che l'Ordine dei giornalisti sta tentando di affermare surrettiziamente una modalità d'accesso alla professione non conforme alla legge, modalità peraltro simile solo a quelle partorite dalle dittature della Repubblica democratica tedesca e della Spagna di Franco; è evidente che l'Ordine dei giornalisti, ad avviso degli interroganti, si è reso in sostanza responsabile di una grave violazione di legge”.

Ciò premesso, gli interroganti chiedono al Ministro della Giustizia

se “sia a conoscenza del fatto che sono ammessi all'esame di Stato per l'abilitazione alla professione giornalistica soggetti privi del requisito previsto dall'articolo 34 della legge stessa, vale a dire l'aver svolto un periodo di 18 mesi di praticantato in una redazione giornalistica autentica;

quali provvedimenti intenda adottare il Ministro per ripristinare il rispetto di una legge approvata dal Parlamento repubblicano e violata dall'ordine dei giornalisti; se non intenda commissariare i consigli dell'Ordine responsabili di quanto segnalato in premessa;

se il Ministro non ritenga opportuno porre in atto gli interventi necessari affinché siano revocate tutte le convenzioni stipulate tra Ordine dei giornalisti e istituti di formazione al giornalismo e università che autorizzano l'ammissione all'esame per l'abilitazione all'esercizio della professione giornalistica a chi è privo dei requisiti previsti dall'articolo 34 della legge n. 69 del 1963, ovvero gli allievi dei corsi di giornalismo riconosciuti”.

(da Affaritaliani.it)

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domenica, 16 novembre 2008
Il cardinale ha espresso la sua opinione durante la trasmissione televisiva "A sua immagine"
"L'essere umano non è un oggetto, la penso come le suore che l'hanno accudita"

Eluana, anche Ruini in campo
"Scelta tragicamente sbagliata"

ROMA - La sentenza che autorizza a staccare il sondino che alimenta Eluana Englaro è, secondo il cardinale Camillo Ruini "una decisione tragicamente sbagliata, alla base della quale c'è un grande equivoco: guardare all'Eluana di oggi come se fosse quella di ieri, invece che alla luce di quel che Eluana è oggi, con le sue esigenze molto modeste, con il suo bisogno solo di un pò di cibo e di un pò di acqua".

Ruini è intervenuto sulla vicenda questa mattina alla trasmissione "A Sua Immagine", in onda su RaiUno. Il porporato, che al momento è presidente del Comitato per il progetto culturale promosso dalla Chiesa Italiana, ha espresso preoccupazione "certamente per la sorte concreta di Eluana, ma potenzialmente anche per chi è nelle sue stesse condizioni".

"C'è il rischio - ha aggiunto il prelato - che decisioni come questa spingano verso una concezione dell'uomo considerato come un oggetto. Ruini ha anche confidato di aver appreso della decisione su Eluana, "con grande tristezza e smarrimento. Non pensavo - ha spiegato - che si potesse ripetere in Italia un caso come quello di Terry Schiavo. I miei sentimenti - ha rivelato - ricalcano quelli delle suore che l'hanno accudita e che oggi chiedono: 'la lascino a noi che la sentiamo viva. Sentono e capiscono che lei e' viva".

L'atteggiamento della Chiesa, ha concluso, "non poteva essere diverso. Da sempre esistono case della carità che accolgono persone che non hanno uso della ragione e vengono assistite. A loro modo sono contente. La Chiesa non rinuncerà mai a fare questo, nè a pregare per loro nè, infine, al suo impegno culturale e pubblico, affinchè l'uomo capisca di essere soggetto e non soltanto oggetto".

Il cardinale in riferimento al suo nuovo incarico per la promozione del Progetto Culturale, "lavoriamo perché il cattolicesimo non sia un'eredità del passato ma una cultura presente capace di interrogarci". Per Ruini c'è "una frattura" nella cultura secolarizzata, "un restringimento dell'orizzonte della mente umana, troppo concentrata sulle cose che si possono calcolare e misurare, allargare spazi della ragione: se si sanasse - ha osservato - troveremmo le grandi domande e anche Dio come risposta a queste domande".
"Riflettere sulla questione antropologica - ha continuato Ruini - ci ricorda che l'uomo non è un oggetto manipolabile, ma sempre un soggetto, una persona". E' questo il punto fondamentale: se si acclara possiamo usare bene scienza e tecnica, se no esse ci portano a disumanizzarci".

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sabato, 15 novembre 2008
Il Papa: servono politici cattolici coerenti
Ratzinger
Il Papa ha rilanciato la sua richiesta di formare una nuova generazione di politici cattolici, coerenti con la fede e a servizio del bene comune. "Ribadisco - ha detto ricevendo i partecipanti alla assemblea plenaria del Pontificio consiglio per i laici - la necessita' e l'urgenza della formazione evangelica e dell'accompagnamento pastorale di una nuova generazione di cattolici impegnati nella politica, che siano coerenti con la fede professata, che abbiano rigore morale, capacit… di giudizio culturale, competenza professionale e passione di servizio per il bene comune".

Ai laici, ha ricordato Benedetto XVI, "spetta di farsi carico della testimonianza della carita' specialmente con i piu' poveri, sofferenti e bisognosi, come anche di assumere ogni impegno cristiano volto a costruire condizioni di sempre maggiore giustizia e pace nella convivenza umana, cos da aprire nuove frontiere al Vangelo". "Chiedo dunque - ha aggiunto - al Pontificio Consiglio per i Laici di seguire con diligente cura pastorale la formazione, la testimonianza e la collaborazione dei fedeli laici nelle pi- diverse situazioni in cui sono in gioco l'autentica qualita' umana della vita nella societa"'.

Benedetto XVI ha voluto ribadire oggi "quanto la Chiesa riconosca, apprezzi e valorizzi la partecipazione delle donne alla sua missione di servizio alla diffusione del Vangelo". "L'uomo e la donna - ha ricordato nel discorso al Pontificio Consiglio per i laici - uguali in dignita', sono chiamati ad arricchirsi vicendevolmente in comunione e collaborazione, non solo nel matrimonio e nella famiglia, ma anche nella societa' in tutte le sue dimensioni".

 In particolare, ha aggiunto, "alle donne cristiane si richiedono consapevolezza e coraggio per affrontare compiti esigenti, per i quali tuttavia non manca loro il sostegno di una spiccata propensione alla santita', di una speciale acutezza nel discernimento delle correnti culturali del nostro tempo, e della particolare passione nella cura dell'umano che le caratterizza". Il ruolo delle donne nella Chiesa e nella societa' era stato esaltato venti anni fa da Giovanni Paolo II con la lettera apostoolica "Mulieris dignitatem" che Papa Ratzinger ha citato oggi esortando i cardinali, vescovi e sacerdoti ma anche i responsabili delle associazioni e movimenti laicali presenti all'incontro in Vaticano a trarne spunto per la loro azione.

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sabato, 15 novembre 2008

Il principio di precauzione


Per i fedelissimi del blog, questa è la terza puntata: ho già parlato di Eluana a luglio in occasione della sentenza d’appello e, venti giorni dopo, quando si votò in Aula. Credo di aver detto tutto, ma ho bisogno di ripetermelo, e mi perdonerete. Mi perdonerà chi mi giudica un mollaccione e chi mi giudica un talebano, ma tutti - spero - mi riconosceranno un percorso, anche se non coincide con il loro. Comincio col dire che - ancora una volta - una parte del mondo cattolico sta sbagliando i toni: parlare di condanna a morte, onestamente, mi sembra una forzatura. Perché questo presupporrebbe una volontà di vivere da parte di Eluana. Così come non si può parlare di suicidio assistito, perché vorrebbe dire che diamo per certa la sua volontà di morire. Il problema serio - che è anche il vulnus della sentenza, secondo me - è che, a differenza di Piergiorgio Welby (e so per certo che una parte della Chiesa si sta rendendo conto di avere esagerato con lui), qui manca una manifestazione chiara di volontà. I giudici affermano che questo stato vegetativo è inconciliabile con “la concezione (di Eluana) sulla dignità della vita”; di Eluana Englaro a 21 anni, aggiungerei io, che ho la sua stessa età e che nel 1992 mi sarei quasi suicidato per la fine di una storia d’amore. Primo punto debole, repetita iuvant: in questo caso specifico la volontà del paziente non è certa, ma è stata ricostruita dai giudici attraverso indizi di una vita fa. C’è poi il solito problema, quello cruciale, della definizione di accanimento terapeutico, che dipende dal concetto di terapia: su questo punto io sto con la Chiesa, nel dire che acqua e cibo non sono medicine e dunque finché do da bere a qualcuno non mi sto accanendo contro di lui. Anche qui ci sono posizioni diverse, nessuna con la verità in tasca: pure su questo punto, dunque, manca una certezza assoluta, e non mi sembra un dettaglio trascurabile. Due dubbi (o “non certezze”, fate voi) del genere, secondo me, obbligherebbero al principio di precauzione: meglio un passo indietro che un passo in avanti. Che poi è lo stesso principio applicato dalla giustizia quando stabilisce che “è meglio un colpevole fuori piuttosto che un innocente in galera”. Ecco perché, pur non gridando alla condanna a morte, non mi sento di parlare di vittoria della libertà: vedo invece - e concordo con parte del mondo cattolico - il rischio serio di introdurre in Italia l’eutanasia, perché a questo punto se mio nonno, ridotto in stato vegetativo persistente, diventerà un peso insopportabile per tutta la famiglia, saremo noi a poter decidere quando toglierlo di mezzo. Ma per fortuna una sentenza non è una legge: sulla legge dovremo confrontarci in Parlamento ed avremo sorprese, ne sono certo. Sorprese forse amare per la Chiesa, perché - al di là della compattezza di facciata mostrata dall’attuale maggioranza - le sensibilità sull’argomento sono diverse all’interno di ogni schieramento.

venerdì, 14 novembre 2008

Comunicato n° 29 del 14 Novembre 2008


SCIENZA & VITA FA APPELLO ALLE COSCIENZE DI TUTTI:
“NON COOPERATE ALL’UCCISIONE DI ELUANA”

“Ci appelliamo alle coscienze di tutti quelli che nelle prossime ore e nei prossimi giorni si avvicineranno a Eluana Englaro, perché non cooperino alla sua uccisione”. E’ l'appello che l’Associazione Scienza & Vita rivolge a tutti, “al papà Beppino come agli altri familiari, a tutti gli amici ma anche ai medici, ai rappresentanti delle istituzioni dello Stato e delle Regioni. Un invito pressante rivolto a quanti possa essere richiesto di cooperare, a vario titolo, a porre fine all’esistenza terrena di Eluana. Una giovane donna da anni in stato vegetativo persistente, non dunque una malata terminale, che versa in un gravissimo stato di disabilità che necessita solo di un’assistenza elementare nell’idratazione e nell’alimentazione”.
“Non è ancora troppo tardi per fermarsi – ammonisce Scienza & Vita –. Non c’è alcun obbligo di dare attuazione alla sentenza di condanna emanata dal giudice. E’ ancora possibile rispondere al comandamento dell’amore che ama la vita, qualunque vita, anche la più fragile e tormentata. E assecondare quella voce che da secoli viene dal profondo della coscienza di ogni uomo e di ogni donna e che risuona come un comando: non uccidere”.


Associazione Scienza&Vita
Lungotevere dei Vallati 10, 00186 Roma
tel.: 06.6819.2554 fax: 06.6819.5205
e-mail: segreteria@scienzaevita.org

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domenica, 09 novembre 2008

Articolo di Marco Travaglio dall'ESPRESSO del 7 novembre 2008

Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Per una coincidenza , il 30 ottobre, la  GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE DEL SENATO RINVIAVA AL MITTENTE LA RICHIESTA DEL GIP DI PALERMO DI AUTORIZZARE A USARE UNA TELEFONATA TRA DELL'UTRI  E LA SORELLA  DEL BOSS MAFIOSO LATITANTE IN SUD AFRICA  VITO PALAZZOLO. Condannato al processo Pizza Connection (istruito da Falcone) per traffico di droga, Palazzolo vive da anni in Sudafrica, dov'è stato raggiunto da un'altra condanna in primo grado per mafia (9 anni anche a lui). La telefonata dimostra, secondo la Dda di Palermo, che "Dell'Utri accetta di incontrarsi con Palazzolo, uomo d'onore di Partinico allora latitante, tramite la sorella Sara". E "PALAZZOLO AFFERMA CON CERTEZZA DI SAPERE CHE DELL'UTRI HA RAPORTI RISALENTI CON COSA NOSTRA E SA COSA DEVE FARE . PALAZZOLO USA LA FRASE CONVENZIONALE: " NON DEVI CONVERTIROLO E' GIA' CONVERTITO". A  COSA NOSTRA
Perché Palazzolo cerca Dell'Utri? Perché, tramite lui e "il Presidente" (Berlusconi), conta di "alleggerire la sua posizione processuale e ammorbidire le richieste di rogatoria e di estradizione" pendenti sul suo capo. La telefonata-clou è quella intercettata fra Dell'Utri e Sara Palazzolo (anche lei imputata per mafia) sull'utenza della donna il 26 giugno 2003. Ma per la legge Boato, incredibilmente approvata sei giorni prima, il 20 giugno 2003, la conversazione non può essere trascritta né usata senza il permesso del Senato. Ora, qualche ingenuo potrebbe pensare che Palazzo Madama abbia dato l'ok all'utilizzo del nastro: se non c'è nulla di grave, tanto meglio; in caso contrario, Schifani potrebbe chiedere le dimissioni del senatore che era pronto a incontrare un boss latitante.
Invece no. La giunta, con la sola (e solita) eccezione del dipietrista Luigi Ligotti, ha proposto all'aula di rispedire al mittente la richiesta del gip, sostenendo che avrebbe dovuto inoltrarla la Corte d'appello. Peccato che la legge Boato parli inequivocabilmente di gip (art.6: ". il giudice per le indagini preliminari decide... e richiede l'autorizzazione delle Camere."). Così, grazie a un cavillo, la telefonata resterà un mistero per tutti: Senato, cittadini, giudici.

venerdì, 07 novembre 2008

Ci sono certi amministratori pubblici che veramente mi fanno vergognare. Uno di questi è Salvatore Ricci, sindaco di Volla, eletto con il centrodestra. Beccato da Striscia la Notizia in fallo (ha una collaboratrice "a nero" nel suo studio medico, la quale pretende un euro di tangente da ogni paziente che si presenta), intervistato dall'Ora Vesuviana sull'accaduto, risponde con arroganza e disprezzo. In altri paesi civili per molto meno un qualsiasi personaggio politico si sarebbe dimesso.  Qui, invece, nessuno grida allo scandalo e neppure i quotidiani hanno ripreso lo scoop di Striscia. Che tristezza.

Striscia la notizia a Volla. Bacchettato il sindaco Ricci per le mance dei pazienti alla segretaria. Tutta pubblicità, replica lui

ricci-volla-striscia-la-notiziaVOLLA - Striscia la notizia, il popolare programma satirico di Antonio Ricci, torna a Volla per occuparsi nuovamente del fenomeno tutto napoletano della “tassa” di un euro che si paga negli studi medici alle segretarie alla porta.

“La cosa più assurda” dice l’inviato Luca Abete, nel servizio andato in onda durante la puntata di ieri sera, “è che il sindaco di Volla, il dottor Salvatore Ricci, è medico, ed anche nel suo studio si paga la mancia alla signora alla porta”.

Detto fatto, Abete si reca nello studio di Ricci, per rimproverarlo del fatto che essendo lui non solo medico ma anche primo cittadino è tenuto a dare il buon esempio.

Il sindaco replica negando che nel suo studio si paghi la mancia alla segretaria, ma le immagini riprese dalle telecamere di Striscia la Notizia mostrano chiaramente un suo paziente pagare la segretaria. Abete rincara la dose chiedendo al primo cittadino se la sua segretaria sia stata regolarizzata dal punto di vista dei contributi. La collaboratrice, gli viene risposto, è in fase di sistemazione perché lavora nello studio da poco.

Proprio alla segretaria del dottor Ricci, la signora Giulia, l’inviato di Striscia la Notizia consegna un avviso da appendere alla parete con su scritto che in quello studio non si paga alcuna mancia. “E’ tutta pubblicità che ho guadagnato “ replica il giorno dopo il sindaco “ ho ricevuto le telefonate di tanti colleghi medici che mi hanno manifestato la loro solidarietà”.

“Mi risulta che nessun medico a Volla imponga la monetina alla porta” continua Ricci “non è mai stata un’imposizione e io dico che nessuno dovrebbe pagarla. Ci tengo a dire che sia io che i miei colleghi siamo persone perbene e con la coscienza a posto”.

E riguardo l’avviso che è stato affisso? Rimarrà lì dove è stato messo?

Su questo Ricci è categorico: “Lo toglierò. L’ho messo in quel momento perché non potevo sottrarmi, ma nessuno può venire ad imporci le cose”.

 

Ilaria Campanile

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mercoledì, 05 novembre 2008

PILLOLA GIORNO DOPO: ROCCELLA, E' METODO CONTRACCETTIVO

La pillola del giorno dopo e' sempre piu' usata dalle giovani donne italiane, e c'e' un vero e proprio boom di richieste soprattutto il lunedi', per 'rimediare' a week end imprudenti. C'e' il rischio, segnala il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, 'che diventi un metodo contraccettivo e non un contraccettivo d'emergenza. C'e' un vero problema di emergenza educativa'. Secondo la Roccella, che ha partecipato al primo congresso della Federazione italiana ostetricia e ginecologia a Roma, da cui e' emersa la crescente diffusione dell'utilizzo della pillola del giorno dopo, quest'ultima 'non rappresenta un servizio da garantire come l'aborto, ma un farmaco'. Quindi 'non si puo' rendere il percorso piu' facile: si tratta di un farmaco che presenta dei rischi per la salute della donna. Non e' un caso che l'ex ministro della Salute, Veronesi, ha richiesto la ricetta non ripetibile evitando che diventasse un farmaco da banco'.

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sabato, 01 novembre 2008

Rischio liquidazione di Sviluppo Italia Campania: politica allo sbaraglio

Il licenziamento dei primi 60 lavoratori a tempo e la liquidazione ormai alle porte dell'intera società Sviluppo Italia Campania (di seguito SIC) con conseguente licenziamento dei 64 lavoratori a tempo indeterminato, interroga le coscienze della politica e delle istituzioni civili e religiose di questa regione ma anche a livello nazionale.

Il Governo di centro sinistra nella ricerca dell'efficienza e della razionalizzazione (magari con troppo zelo) ragionò su Sviluppo Italia e le società regionali ignorando che alcune di queste, come Sviluppo Italia Campania, è capace di produrre utili netti per 1 milione di euro e di assicurare margini del 100% per la casa madre. Aveva comunque previsto il trasferimento delle società regionali alle Regioni ed avviato la trattativa per accompagnare tale percorso con il trasferimento di risorse per consentire la salvaguardia dei livelli occupazionali delle realtà territoriali.

Il Governo di centro destra sta andando oltre. Mentre in tutti i campi sta rinnegando le precedenti strategie, qui si sta dicendo mero esecutore di una sciagurata direttiva, senza però provvedere a trasferire risorse ed attività alle Regioni con il vincolo di salvaguardare il lavoro degli attuali dipendenti, come l'applicazione di un sano federalismo richiede.

E allora a nostro avviso questo atteggiamento nasconde un obiettivo più grande e più grave: eliminare ogni supporto per il Meridione.

Mentre il Governo è impegnato a perfezionare il piano a sostegno delle banche e delle grandi imprese in crisi, pressoché negli stessi giorni si appresta a cancellare con un colpo di spugna l'unica misura che consente ai giovani disoccupati del mezzogiorno di realizzare i loro progetti di autoimpiego e di autoimprenditorialità.

In un momento storico in cui lo Stato rientra a piene mani nell'economia non solo nazionale ma mondiale, è davvero tragicomico che solo il prestito d'onore debba essere immolato all'ideologia liberista!!!

Il prestito d'onore, fin dalla sua nascita nel 1996, rappresenta, ancora oggi, soprattutto nella versione del dlgs. 185/2000 che estende i benefici dalle ditte individuali anche alle società di persone, l'unica opportunità per quanti, giovani ma non solo, nelle regioni del Sud e in alcuni territori disagiati del Centro-Nord, vogliano scongiurare il pericoloso paradigma niente lavoro=niente accesso al credito ordinario=manovalanza per la malavita organizzata.

Il prestito d'onore è stato considerato un valido strumento di supporto anche nell'attuazione del progetto POLICORO, rilanciato di recente anche dal Cardinale Sepe da sempre attento alle opportunità di riscatto dei giovani.

A onor del vero il Governo si appresta a cogliere i classici 2 piccioni con una fava: decidere di non rifinanziare in modo consistente il dlgs 185/00 significa non solo togliere speranze agli aspiranti imprenditori, ma significa, del pari, togliere lavoro anche ai giovani finora impegnati nell'attuazione della misura la cui gestione è affidata a Sviluppo Italia (ora Invitalia).

In apertura ho citato il caso della Campania perché è proprio qui che il Presidente Berlusconi sta impiegando molte sue energie, almeno a livello mediatico. Ma allora vorrei chiedere al Presidente Berlusconi: pensa forse che la "munnezza" sia l'unico male di questa martoriata regione? E davvero crede che l'esercito sia l'unico baluardo contro la criminalità organizzata? O forse non è il lavoro la prima risposta per fermare il dilagare della sfiducia e la deriva verso l'illegalità dei giovani della Campania, della Calabria e di tutte le Regioni meridionali?

A me sembra che i lavoratori delle società regionali di Sviluppo Italia (oggi Invitalia) sono le prime vittime di un federalismo fiscale senza rete.

Tanto più se si considera il recente emendamento approvato dalla Commissione lavoro della Camera che chiude l'accesso dei giovani meridionali alla Pubblica Amministrazione.

Le ACLI non hanno mai innalzato barriere ideologiche nei confronti del Federalismo ma hanno sempre richiesto che qualunque progetto in tal senso dovesse essere accompagnato da misure capaci di impedire un'ulteriore spaccatura del paese, capaci di assicurare quella solidarietà nazionale a favore dei territori svantaggiati in modo da eliminare il gap di sviluppo tra Nord e Sud.

Negare l'accesso al credito ai giovani del Sud, distruggere i sogni di impresa di giovani creativi ma non ricchi, licenziare giovani produttivi e volenterosi, negare l'accesso dei giovani meridoniali ai concorsi nella Pubblica Amministrazione, sono questi i termini dell'azione a favore dello sviluppo del Mezzogiorno che il Governo Berlusconi vuole mettere in campo?

Io, non credo, e spero che il Presidente Berlusconi voglia presto darci segnali di chiarimento e di distensione.

Pasquale Orlando

presidente Acli di Napoli

venerdì, 24 ottobre 2008

il cardinale Crescenzio sepe

L'arcivescovo di Napoli su Facebook:
piazza virtuale per avvicinare i giovani

La pagina di Facebook del cardinale Sepe

La pagina di Facebook del cardinale Sepe

 

NAPOLI - Chi storceva il naso di fronte al boom di Facebook, il social network più accorsato del momento, ora dovrà ricredersi e, con tutto il rispetto, farsi il segno della croce. Perché tra le faccine della community, da un paio di giorni c'è anche quella del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe. Grande comunicatore, sua eminenza, che di quartieri e strade ne attravrsa tanti a piedi, ha subito fiutato che quella era una piazza reale, altro che virtuale, da non disertare. Ha preso tastiera e fotina e si è iscritto al sito www.facebook.com.

Il suo profilo recita: Cardinale Crescenzio Sepe. Uomo. Data di nascita: 2 giugno 1943; istruzione e lavoro: Università pontificia, Università lateranense; scuola superiore: Seminario di Aversa. Amici: 17 (almeno fino a ieri sera ndr); contatti c.grovino@chiesadinapoli.it. Nella foto sorride e stringe le mani come a porgertele per dire: se vuoi, possiamo parlarne, qui c'è una risposta. C.grovino è Carmine Grovino che cura anche il portale della diocesi di Napoli. È lui a ricevere le richieste di amicizia per l'arcivescovo e a sottoporgliele. «Ma poi - dice - è lui che decide. Come sua è stata la scelta di iscriversi a Facebook che ha sempre guardato con interesse».

Perché dove ci sono i giovani, ha detto spesso, vuole esserci anche lui. «Proprio così. La sua presenza su facebook s'iscrive nell'idea ispiratrice del progetto del nuovo portale della diocesi, che non solo vuole mettere in comunicazione tutte le parrocchie, ma creare una rete vera tra persone». E si sa, oggi non c'è niente di più reale che il virtuale. «Soprattutto per le fasce d'età psicologicamente più a rischio, quelle che più preoccuano il cardinale, ovvero i ragazzi dai 13 ai 40 anni. Per affermare concretamente la centralità della parrocchia sul territorio e nel tessuto giovanile, bisogna sperimentare il nuovo. E Facebook è senz'altro una grande occasione».

Per un pulpito virtuale? «Non proprio. Il pulpito continuerà ad essere la chiesa. L'obiettivo è quello di creare un contatto, di dare un messaggio di vicinanza, ma l'augurio è che dopo ci sia un incontro fisico tra persone e parrocchia. Il cardinale sa che i nuovi strumenti telematici devono affiancarsi e non sostituirsi ai luoghi canonici. Certo con Fb sua eminenza intende rilanciare l'opinione della chiesa di Napoli anche a chi ne è più lontano, quei giovani che per risolvere i propri disagi trovano più facile isolarsi dietro uno schermo che andare in chiesa ». Che dire? Geniale. L'apostolato napoletano diventa internettiano, e, con l'arcivescono Sepe, nasce la nuova chiesa «partenettiana».

Natascia Festa
24 ottobre 2008

Da www.corrieredelmezzogiorno.it

lunedì, 20 ottobre 2008
CHIESA: LE ACLI RICORDANO MONS. SANTO QUADRI

Assistente spirituale delle Acli dal 1955 fino al Concilio Vaticano II. Olivero: «uomo e sacerdote di straordinaria levatura»


Roma, 17 ottobre 2008 - «Instancabile promotore di pastorale sociale nelle Acli e nella Chiesa. Uomo e sacerdote di grande levatura e straordinaria formazione, fu capace di entusiasmare e dare obiettivi ad un'intera generazione». Il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero ricorda con queste parole mons. Santo Quadri, arcivescovo emerito di Modena, morto questa notte all'età di 88 anni a Bergamo, sua città natale, dove si trovava in visita ai suoi familiari.

Mons. Quadri su assistente nazionale delle Associazione cristiane dei lavoratori italiani dal 1955 al 1964, quando divenne vescovo e partecipò al Concilio Vaticano II come perito all'elaborazione della Gaudium et spes. La sua attività di assistente nazionale si caratterizzò per l'attenzione alla spiritualità del lavoro e al percorso di autonomia politica che caratterizzò le Acli negli anni successivi. Sacerdote stimato presso l'episcopato e dagli assistenti locali delle Acli, caratterizzò il suo ministero per l'equilibrio delle posizioni in un mondo in profondo mutamento. Ebbe poi da vescovo e da presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e del lavoro uno sguardo pieno di affetto nelle successive vicende delle Acli, di cui difese sempre la "scomoda" democraticità in anni di scelte difficili e anche dolorose.
sabato, 18 ottobre 2008
Su Facebook ho il grande onore di avere tra i miei contatti Maurizio Cerino, un pilastro del giornalismogsiani d'inchiesta napoletano, un profondo conoscitore del sistema camorra e del mondo della criminalità organizzata. Maurizio era un amico stretto di Giancarlo Siani, il mio eroe, l'esempio che mi ha ispirato quando ho deciso di intraprendere la professione giornalistica. Qualche giorno fa Maurizio ha buttato giù due note sul suo vecchio amico. Ne è uscito un pezzo poetico, breve ma struggente, tragico ma bellissimo. Sicuro che Maurizio non si offenderà, lo voglio regalare ai lettori del mio blog.
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La camorra non ti avverte quando viene a mettere una bomba (30 maggio 1985), o viene a prendersi una vita e strappa un sogno, 23 settembre 1985. La mafia non avverte quando decide di far scomparire un giornalista, De Mauro, Rostagno, Fava, Peppino Impastato. Arriva e «opera».
Non vogliamo icone. Abbiamo i nostri ricordi dentro di noi: 23 settembre 1985. Un sol nome Giancarlo Siani, 26 anni compiuti il 19 settembre, giornalista VERO, che andava sui fatti e scriveva di suo, senza copiare. Sempre presente, vigile, acuto osservatore.
I muschilli, gli spacciatori baby, il suo ultimo articolo, esistono per davvero.
Non sono cinesi immaginari che precipitano da un container.
Erano ragazzini di 10 anni che spacciavano eroina, che trasportavano i rifornimenti medi, 1 KG dal grossista al dettagliante. Dieci viaggi e il motorino e tuo.
Ma quale prova dello sparo o stupidaggini simili. Noi abbiamo ancora quegli occhi puliti davani a noi, 23 anni dopo. Ecco chi muore di camorra per aver davvero denunciato fatti veri e nuovi, le alleanze e
i tradimenti dei cosiddetti uomini d'onore.
Noi non vogliamo icone, ma non vogliamo più nemmeno ladri di sogni.
Maurizio Cerino, napoletano, italiano 49 anni, la stessa età che avrebbe avuto Giancarlo.
mercoledì, 15 ottobre 2008

cofferatipNel “caso Cofferati” c’entra Dio. Dopo spiegherò il perché. Prima la notizia: il sindaco di Bologna non si ricandida perché sceglie di stare col figlio piccolo. In sostanza il bambino si è dolcemente “mangiato” il (post) comunista.

Il piccolo Edoardo (neanche un anno di età) ha sciolto l’anima dell’antico compagno, del leader della classe operaia, di colui che aveva in mano la sinistra italiana e, una volta sciolto il papà come un gelato al sole, se l’è bevuto dandogli una splendida e convincente lezione: non è vero che tutto è politica (l’antico dogma sessantottino) e non è vero che la politica è tutto (il dogma comunista). Anzi, la vita che sta fuori dalla politica – per esempio un figlio - è molto, molto più grande e importante. E’ più bello veder crescere Edoardo che veder decrescere il Partito democratico. Meglio farsi “mangiare” (il proprio tempo, le proprie giornate) dal proprio bellissimo bimbo, che dal partito.

Solo qualche anno fa sarebbe stata una bestemmia. Il riflusso nel privato era una deriva piccolo borghese che non sarebbe mai stata perdonata. Il problema di Cofferati forse è che ama la musica e tutta la storia comincia da lì. Il vecchio Lenin aveva avvertito. Un giorno disse testualmente: “E’ l’ora in cui non è più possibile sentire la musica, perché la musica fa venire desiderio di accarezzare la testa ai bambini, mentre è venuto il momento di tagliargliela” (se qualcuno dubitasse della citazione fornisco il riferimento bibliografico: M. Gor’kij, “Lenin”, Editori Riuniti, Roma 1975, pp. 67-68).

Cofferati deve aver ascoltato troppa musica. E il bambino ha fatto perdere la testa a lui. A suo modo l’episodio segna un’epoca: la riabilitazione a Sinistra del padre di famiglia. L’ideologia vedeva in questa figura il simbolo del “piccolo borghese”. Péguy proclamò, al contrario, che il padre di famiglia era il vero eroe del nostro tempo. Perché simbolo dell’amore gratuito e della speranza. Ma l’ideologia non sopportava i padri. Doveva imporre un padrone, il Partito. Era una sorta di religione atea, che pretendeva di amministrare e dominare tutta l’esistenza degli individui. Si pretendeva di ficcarci dentro tutta la realtà.

Siccome c’era sempre qualcosa che dentro quella gabbia non ci stava, si provvedeva a cancellarlo dalla storia. Per esempio Dio. Un’altra cosa eccedente era il mondo degli affetti e si censurò sia l’amore che la famiglia come ferrivecchi borghesi che sarebbero stati travolti e superati nella “società” comunista.

Nel periodo staliniano il partito si frappose pure fra marito e moglie e si aveva terrore di essere denunciati addirittura dai familiari. I figli diventarono sostanzialmente proprietà del partito e specialmente in certi momenti o certi paesi, penso alla Cambogia di Pol Pot o alla Cina della “rivoluzione culturale” o alla Corea del Nord, si andò perfino al di là dell’orrenda frase di Lenin.

L’ideologia era disumana. Ma che significasse pure schizofrenia – perché troppe cose importanti restavano fuori - era chiaro fin dai tempi del vecchio Marx. Il quale scriveva il 21 giugno 1856 alla moglie: “Io mi sento di nuovo un uomo, perché provo una grande passione, e la molteplicità in cui lo studio e la cultura moderna ci impigliano, e lo scetticismo con cui necessariamente siamo portati a criticare tutte le impressioni soggettive e oggettive, sono fatti apposta per renderci tutti piccoli e deboli e lamentosi e irresoluti. Ma l’amore, non per l’uomo di Feuerbach, non per il metabolismo di Moleschott, non per il proletariato, bensì l’amore per l’amata, per te, fa dell’uomo nuovamente un uomo”.

Una lettera emblematica. Dove si vede che, a rispondere alla domanda più importante della vita, quella che Leopardi formulava così: “e io che sono?”, non era l’ideologia, ma l’amore, il volto di un “tu”. Nella lettera di Marx emergeva la schizofrenia fra il mondo dell’utopia e la realtà dove si muovono creature desiderose di amare e di essere amate, esseri umani capaci di male, incapaci di essere se stessi, ma sorpresi di trovare il proprio io e la propria felicità negli occhi della donna amata.

Don Giussani commentava le parole di Marx così: “come si può reggere una antropologia, come si può immaginare una concezione della storia che non nasca, investa e spieghi ciò che l’uomo fa ogni giorno?”. Infatti non ha retto. E’ crollata. Anche la nuova stagione dell’ideologia, quella scatenata dal ’68, naufragò proprio nell’oceano che separa l’utopia dalla drammaticità della vita quotidiana concreta dove – in attesa dell’utopico paradiso comunista – si cercavano le scorciatoie dei paradisi artificiali delle droghe o si sprofondava nella disperazione, alla ricerca del senso dell’esistenza. Si corse ai ripari teorizzando che anche il “personale” aveva un valore politico (era l’ideologia radicale). Ma si era incapaci di dare risposta davanti alla scoperta del male e anche al male di vivere.

Resta – come epitaffio di quella generazione – una lettera di un militante, pubblicata sul giornale “Lotta Continua” il 30 settembre 1977, all’indomani dell’ennesimo suicidio di un compagno. Diceva: “nel 1968 si affermava che ‘tutto è politica’. Lo si diceva dando alla frase semplicemente il significato opposto a quello che ha ora l’espressione ‘il personale è politico’. Voleva dire che per fare una rivoluzione si doveva rinunciare ai nostri bisogni personali, voleva dire nascondere i nostri sentimenti”.

Una volta allontanatasi la “rapida vittoria” iniziò il dolore di “riscoprire insieme le nostre individualità represse, ritrovare l’umiltà per parlare dei propri problemi” e diventò “facile rendersi conto di essere soli, a volte disperati”. La lettera continuava così: “Questa morte non è il frutto del caso. Egli è morto anche perché siamo stati ‘disumani’, tutti noi, Roberto incluso, vittime di un certo modo di fare politica. Disumano è stato mandare allo sbaraglio i compagni davanti alle fabbriche; è stato il modo in cui si sono trattati i compagni ‘silenziosi’… disumani sono stati i piccoli e grandi leader depositari del sapere e del potere; disumani sono stati i nostri rapporti ai cancelli con gli operai che per noi erano di volta in volta o fonti di notizie o lettori dei nostri volantini o persone cui spiegare la rivoluzione… Fra i tanti motivi che ci spingono a modificare il nostro comportamento politico e personale, c’è anche il desiderio che nessun compagno sia costretto più ad andarsene così; c’è il desiderio che tra la nostra splendida teoria piena di futuri paesi delle meraviglie e la nostra ‘squallida’ pratica quotidiana non si lasci più aperto un varco così grande dove un uomo possa perdersi”.

Vi è stato un poeta comunista, Louis Aragon, per il quale l’incontro (due mesi dopo aver tentato il suicidio, a Venezia) con la donna della sua vita, Elsa Triolet, ha significato uscire dalla disperazione e trovare la ragione dell’impegno politico. Elsa simbolizzava ogni amore, compreso quello per la patria e per gli sfruttati. Ma la più bella delle poesie a lei dedicata s’intitola “Non esistono amori felici”. E basta la prima strofa per capire: “Nulla appartiene all’uomo. Né la sua forza/ Né la sua debolezza, né il suo cuore. E quando crede/ di aprire le braccia, la sua ombra è quella di una croce/ e quando crede di stringere la felicità la stritola./ La sua vita è uno strano e doloroso divorzio./ Non esistono amori felici”.

E’ come se mancasse sempre il centro di gravità, qualcosa che sia capace di dare senso a tutto (senza censurare niente), all’essere padre e al fare politica, all’innamorarsi e all’impegno sociale, alla bellezza della musica, al vivere e al morire, qualcosa che dia valore pure al soffrire, che vinca il male personale e il male del mondo, senza la violenza dell’utopia e senza il cinismo della legge del più forte. Un “centro” che non sia travolto dal tempo che passa. Devo ancora dirvi che c’entra Dio. Ma di cosa abbiamo parlato finora?

Antonio Socci

Da “Libero”, 11 ottobre 2008

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martedì, 14 ottobre 2008

Tre giorni dopo la mia iscrizione posso dare un primo giudizio di Facebook. Innanzitutto c'è da dire che in logo_facebook-rgb-7inchpoche ore ho superato la soglia dei cento amici, che ho rintracciato persone che non vedevo da anni (talvolta anche da quindici anni) o che vedo molto, molto di rado ed avrei sempre avuto voglia di rivedere più spesso e sapere che fanno nella vita di ogni giorno e se stanno bene. Facebook, da questo punto di vista, ha realizzato un mio sogno. Tuttavia c'è un lato altamente negativo: se uno volesse star dietro a tutte le persone che sono in rete costantemente, la giornata andrebbe via in un battito di ciglia: è impossibile tenere aperto Facebook in ufficio, ad esempio, a meno che si decida di non lavorare (e con questi chiari di luna per me è assolutamente improponibile). Per ora sono ancora ipotizzato da questo nuovo strumento di social network. Spero di stancarmene presto. Ne va di mezzo la mia salute e la qualità del mio lavoro...

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domenica, 12 ottobre 2008
logo_facebook-rgb-7inchAnche io sono su Facebook da stamattina... Ieri sera ne ho discusso con alcuni cari amici ed ecco che oggi mi sono iscritto. Non ho la benchè minima idea di cosa verrà fuori e di quanto tempo potrò dedicarmi (il dubbio era: sottrarrò anche quel poco tempo che dedico al mio blog?). Poi mi sono detto: ormai nel mondo i contatti si tengono attraverso i social network, che sono agili e semplici. Perchè rimanere fuori da circuiti in cui ci sono ormai tantissimi amici? Vediamo un pò come mi troverò... Nel frattempo, AGGIUNGETEMI TUTTI!!!
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sabato, 11 ottobre 2008

Peggiorate all'improvviso le condizioni della donna di 36 anni in coma da quasi 17
Finora vano l'intervento dei medici. Il padre le ha fatto visita in clinica

Eluana Englaro in fin di vita
"Condizioni gravissime"

di PIERO COLAPRICO

Eluana Englaro in fin di vita "Condizioni gravissime"

Eluana Englaro

LECCO - Sono peggiorate all'improvviso e gravemente le condizioni di salute di Eluana Englaro, la donna di 36 anni in stato vegetativo permanente da quasi diciassette anni. L'intervento dei medici, chiamati dalle suore misericordine che accudiscono la paziente, è per ora vano. Qualsiasi operazione sulla donna, date le condizioni critiche, potrebbe essere accanimento terapeutico, perché non porterebbe alcun miglioramento significativo nella non-vita di Eluana.

Un'emorragia interna sta compromettendo la situazione clinica di Eluana, secondo quanto ha confermato il professor Carlo Alberto Defanti, neurologo dell'ospedale Niguarda di Milano e medico curante della donna, ricoverata nella Casa di cura Beato Luigi Talamoni di Lecco. Per una strana vicenda del destino, mai nulla di grave le era accaduto in tutti questi anni. Ora la sua vita è appesa a un filo per una causa imprevista, diversa dalla sospensione dell'alimentazione forzata, al centro di una disputa giuridica che dura da una decina d'anni.

Le condizioni di Eluana sono gravissime. Il padre Beppino, che da anni si batte per una "morte dignitosa", si è recato in ospedale. Si è allontanato un'ora ed è poi tornato per stare accanto alla figlia. Secondo Franca Alessio, curatrice speciale della donna per la quale la Corte d'Appello civile di Milano ha autorizzato e poi congelato la richiesta di sospendere il trattamento di idratazione e alimentazione forzata, Eluana è "in fin di vita". "Sono andata a trovarla intorno alle tredici - ha raccontato - e le suore mi hanno detto che le sue condizioni sono gravissime. Ci si aspetta che possa spegnersi nel giro di poco tempo. Siamo in una fase critica. Aspettiamo solo il progredire della situazione" ha detto l'avvocato lasciando la casa di cura. "E' stato concordato con i medici di non fare trasfusioni - ha concluso - e non c'è stato un rifiuto da parte del padre".

"E' chiaro che la ragazza non sta bene, ora vedremo cosa succede" ha detto Vittorio Angiolini, legale della famiglia Englaro. "Che il padre sia andato a trovare Eluana è già accaduto altre volte - ha detto Angiolini - non è che sia qualcosa di eccezionale. Non so bene che cosa sia accaduto: sta male, ora vedremo cosa succederà".

"Di fronte a questo inaspettato e improvviso peggioramento, l'importante è che le decisioni da prendere siano lasciate al tutore. Dunque al papà Beppino" è stato il commento di Mario Riccio, l'anestesista che ha assistito Piergiorgio Welby. Quanto è avvenuto, ha aggiunto, "è un chiaro esempio dell'importanza della figura del fiduciario".

Per l'anestesista, assolto dall'accusa di aver aiutato a morire l'esponente radicale, "la situazione è radicalmente cambiata. Eravamo abituati a considerare statiche le condizioni di Eluana, ma ora il peggioramento conferisce realmente al padre la possibilità di decidere. Perché molti atti medici, altrimenti necessari per mantenere in vita chi viene colpito da emorragia cerebrale, nel caso di Eluana possono configurarsi come accanimento terapeutico".

giovedì, 09 ottobre 2008

Il sindaco di Bologna Sergio Cofferati ha ritirato oggi a sorpresa la propria candidatura per le elezioni cofferatipamministrative del 2009. "Una rinuncia -- ha spiegato l'ex segretario della Cgil durante una conferenza stampa --dettata da motivi prettamente privati", e dalla necessità di stare accanto al figlio nato un anno fa e alla compagna che vive a Genova. Cofferati aveva deciso per il bis appena quattro mesi fa, "fidando -- ha spiegato oggi -- sulle possibilità di gestire senza problemi insormontabili la mia famiglia". Nelle settimane successive, però, è arrivata la retromarcia, ufficializzata oggi dopo essere stata comunicata martedì al leader del Pd Walter Veltroni. "Nel corso di un mese e mezzo ho verificato il sacrificio che ricade sulla mia compagna e su mio figlio, un sacrificio enorme e insopportabile specie se proiettato su sei anni", ha spiegato il sindaco.

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categoria:politica, famiglia, giornalismo, sindacati, pubblica amministrazione, partito democratico
martedì, 07 ottobre 2008
Al via il progetto di ACLI E CTA, che organizzeranno gite gratuite per centinaia di immigrati che lavorano a Napoli 
Napoli, 7 ottobre 2008 - Le ACLI e il Centro Turistico Acli di Napoli organizzeranno una serie di gite gratuite riservate agli immigrati che lavorano a Napoli. Il progetto è denominato "Emigrante? No! Turista", nome che prende spunto dalla famosa battuta del grande Massimo Troisi.
 
"Tanti lavoratori stranieri lavorano a Napoli senza sosta in diversi settori. Noi delle ACLI veniamo in contatto con molti di loro grazie ai nostri servizi di collocamento per le colf, agli sportelli per l'immigrazione e al Patronato Acli.- afferma Pasquale Orlando, presidente delle ACLI di Napoli - vogliamo far sì che conoscano le bellezze di Napoli e della sua provincia, per sentirsi non solo lavoratori ma cittadini di questi luoghi".
 
Le ACLI ed il CTA di Napoli organizzeranno le attività turistiche nell'ambito di un progetto di sostegno all'associazionismo di promozione sociale (legge 383 del 2000). "Si tratta - continua Orlando - di attività che hanno come primo obiettivo quello di combattere il clima montante di xenofobia con una azione di integrazione e inclusione sociale. Vogliamo partire dalle piccole cose:  viaggiare insieme per amare un territorio in cui non vivono più solo italiani, e, così facendo, ringraziare con una azione concreta chi lavora per il nostro benessere a partire dalle tante badanti che sostengono le famiglie napoletane."
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sabato, 04 ottobre 2008

Città Solidali, senza futuro. La scelta coraggio del sindaco Giorgiano: “Pagherà l’amministrazione gli stipendi. I lavoratori prima di tutto”.

SAN GIORGIO A CREMANO – Un atto di coraggio dell’Amministrazione Giorgiano che non garantisce futuro occupazionale ai dipendenti della Municipalizzata, ma garantisce comunque il pagamento degli stipendi ai dipendenti di Città Solidali, impegnati comunque nell’esercizio delle loro attività. I lavoratori di Città Solidali riceveranno nei prossimi giorni gli stipendi di agosto e settembre, il cui pagamento era stato messo a rischio a causa di un pignoramento effettuato da Equitalia.

Nelle scorse ore il Consiglio Comunale ha infatti approvato all’unanimità (24 su 24), con il voto favorevole di maggioranza ed opposizione, un atto di indirizzo per la giunta comunale guidata dal sindaco Mimmo Giorgiano, che impegna l’esecutivo a pagare direttamente i 140 dipendenti della società mista per i lavori svolti negli ultimi mesi a favore dei cittadini, in particolar modo di anziani, disabili e bambini. Giorgiano ha convocato la giunta per lunedì mattina con l’impegno di approvare una delibera immediatamente esecutiva che obblighi il dirigente settore Finanze a versare gli stipendi ai lavoratori. La decisione del Consiglio Comunale pone fine ad una annosa querelle che ha portato i dipendenti di Città Solidali e i loro familiari a istituire un presidio permanente presso l’ingresso della casa comunale di piazza Vittorio Emanuele II.  “Compiremo un atto di responsabilità. – afferma il sindaco Giorgiano – Ribadiamo con forza che il nostro primo obiettivo è salvaguardare la stabilità occupazionale ed economica dei dipendenti e delle loro famiglie e con l’atto approvato in Consiglio Comunale, sulla base di un ordine del giorno presentato dalla maggioranza che mi sostiene, abbiamo dato una ulteriore dimostrazione di serietà e di volontà di perseguire il bene comune. Il fatto che l’opposizione abbia appoggiato il nostro documento è un atto di grande rilevanza politica ed istituzionale. Ringrazio i consiglieri che hanno condiviso con me questa scelta difficile ma necessaria.”. Città Solidali al momento è in liquidazione. Il Consiglio Comunale ha inoltre dato mandato al Sindaco di diffidare i liquidatori in modo da indurli ad avviare le procedure fallimentari per la società mista nata nel 1999 e che si occupa di servizi alla persona. Subito dopo la maggioranza, compatta, con 17 voti su 17, ha approvato il conto consuntivo, i debiti fuori bilancio ed il riequilibrio di bilancio dando prova, secondo Giorgiano “di grande maturità e correttezza istituzionale”. Al voto non ha partecipato il partito dei Verdi, il cui capogruppo Luigi Esposito ha deciso di uscire dall’aula dopo aver letto un documento in cui attaccava l’operato dell’Amministrazione Giorgiano.

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martedì, 30 settembre 2008

Sono io!!!Oggi compio 29 anni. Festeggerò con gli amici di sempre ed una sola new entry: l'amicizia è una cosa troppo seria per essere banalizzata, soprattutto in momenti come questo ed in tempi come questi, in cui è l'individualismo a farla da padrone.  

p.s. Carlo Lembo, ma veramente pensi che io abbia 38 anni?????? Giuro che te la faccio pagare... :)

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lunedì, 29 settembre 2008

San Michele Arcangelo

29 settembre

Nel Nuovo Testamento il termine "arcangelo" è attribuito a Michele.
Solo in seguito venne esteso a Gabriele e Raffaele, gli unici tre
arcangeli riconosciuti dalla Chiesa, il cui nome è documentato nella
Bibbia. San Michele, "chi come Dio?", è capo supremo dell'esercito
celeste, degli angeli fedeli a Dio. Antico patrono della Sinagoga oggi
è patrono della Chiesa Universale, che lo ha considerato sempre di
aiuto nella lotta contro le forze del male.

Patronato: Polizia, Radiologi, Droghieri

Etimologia: Michele = chi come Dio?, dall'ebraico

Martirologio Romano: Festa dei santi Michele, Gabriele e Raffaele,
arcangeli. Nel giorno della dedicazione della basilica intitolata a
San Michele anticamente edificata a Roma al sesto miglio della via
Salaria, si celebrano insieme i tre arcangeli, di cui la Sacra
Scrittura rivela le particolari missioni: giorno e notte essi servono
Dio e, contemplando il suo volto, lo glorificano incessantemente.

Il nome dell'arcangelo Michele, che significa "chi è come Dio ?", è
citato cinque volte nella Sacra Scrittura; tre volte nel libro di
Daniele, una volta nel libro di Giuda e nell'Apocalisse di s. Giovanni
Evangelista e in tutte le cinque volte egli è considerato "capo
supremo dell'esercito celeste", cioè degli angeli in guerra contro il
male, che nell'Apocalisse è rappresentato da un dragone con i suoi
angeli; esso sconfitto nella lotta, fu scacciato dai cieli e
precipitato sulla terra.
In altre scritture, il dragone è un angelo che aveva voluto farsi
grande quanto Dio e che Dio fece scacciare, facendolo precipitare
dall'alto verso il basso, insieme ai suoi angeli che lo seguivano.
Michele è stato sempre rappresentato e venerato come
l'angelo-guerriero di Dio, rivestito di armatura dorata in perenne
lotta contro il Demonio, che continua nel mondo a spargere il male e
la ribellione contro Dio.
Egli è considerato allo stesso modo nella Chiesa di Cristo, che gli ha
sempre riservato fin dai tempi antichissimi, un culto e devozione
particolare, considerandolo sempre presente nella lotta che si
combatte e si combatterà fino alla fine del mondo, contro le forze del
male che operano nel genere umano.
Dante nella sua 'Divina Commedia' pone il demonio (l'angelo Lucifero)
in fondo all'inferno, conficcato a testa in giù al centro della terra,
che si era ritirata al suo cadere, provocando il grande cratere
dell'inferno dantesco. Dopo l'affermazione del cristianesimo, il culto
per san Michele, che già nel mondo pagano equivaleva ad una divinità,
ebbe in Oriente una diffusione enorme, ne sono testimonianza le
innumerevoli chiese, santuari, monasteri a lui dedicati; nel secolo IX
solo a Costantinopoli, capitale del mondo bizantino, si contavano ben
15 fra santuari e monasteri; più altri 15 nei sobborghi.
Tutto l'Oriente era costellato da famosi santuari, a cui si recavano
migliaia di pellegrini da ogni regione del vasto impero bizantino e
come vi erano tanti luoghi di culto, così anche la sua celebrazione
avveniva in tanti giorni diversi del calendario.
Perfino il grande fiume Nilo fu posto sotto la sua protezione, si
pensi che la chiesa funeraria del Cremlino a Mosca in Russia, è
dedicata a S. Michele. Per dirla in breve non c'è Stato orientale e
nord africano, che non possegga oggetti, stele, documenti, edifici
sacri, che testimoniano la grande venerazione per il santo condottiero
degli angeli, che specie nei primi secoli della Chiesa, gli venne
tributata.
In Occidente si hanno testimonianze di un culto, con le numerosissime
chiese intitolate a volte a S. Angelo, a volte a S. Michele, come pure
località e monti vennero chiamati Monte Sant'Angelo o Monte San
Michele, come il celebre santuario e monastero in Normandia in
Francia, il cui culto fu portato forse dai Celti sulla costa della
Normandia; certo è che esso si diffuse rapidamente nel mondo
Longobardo, nello Stato Carolingio e nell'Impero Romano.
In Italia sano tanti i posti dove sorgevano cappelle, oratori, grotte,
chiese, colline e monti tutti intitolati all'arcangelo Michele, non si
può accennarli tutti, ci fermiamo solo a due: Tancia e il Gargano.
Sul Monte Tancia, nella Sabina, vi era una grotta già usata per un
culto pagano, che verso il VII secolo, fu dedicata dai Longobardi a S.
Michele; in breve fu costruito un santuario che raggiunse gran fama,
parallela a quella del Monte Gargano, che comunque era più antico.
La celebrazione religiosa era all'8 maggio, data praticata poi nella
Sabina, nel Reatino, nel Ducato Romano e ovunque fosse estesa
l'influenza della badia benedettina di Farfa, a cui i Longobardi di
Spoleto, avevano donato quel santuario.
Ma il più celebre santuario italiano dedicato a S. Michele, è quello
in Puglia sul Monte Gargano; esso ha una storia che inizia nel 490,
quando era papa Gelasio I; la leggenda racconta che casualmente un
certo Elvio Emanuele, signore del Monte Gargano (Foggia) aveva
smarrito il più bel toro della sua mandria, ritrovandolo dentro una
caverna inaccessibile.
Visto l'impossibilità di recuperarlo, decise di ucciderlo con una
freccia del suo arco; ma la freccia inspiegabilmente invece di colpire
il toro, girò su sé stessa colpendo il tiratore ad un occhio.
Meravigliato e ferito, il signorotto si recò dal suo vescovo s.
Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto (odierna Manfredonia) e raccontò
il fatto prodigioso.
Il presule indisse tre giorni di preghiere e di penitenza; dopodiché
s. Michele apparve all'ingresso della grotta e rivelò al vescovo: "Io
sono l'arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna
è a me sacra, è una mia scelta, io stesso ne sono vigile custode. Là
dove si spalanca la roccia, possono essere perdonati i peccati degli
uomini…Quel che sarà chiesto nella preghiera, sarà esaudito. Quindi
dedica la grotta al culto cristiano".
Ma il santo vescovo non diede seguito alla richiesta dell'arcangelo,
perché sul monte persisteva il culto pagano; due anni dopo, nel 492
Siponto era assediata dalle orde del re barbaro Odoacre (434-493);
ormai allo stremo, il vescovo e il popolo si riunirono in preghiera,
durante una tregua, e qui riapparve l'arcangelo al vescovo s. Lorenzo,
promettendo loro la vittoria, infatti durante la battaglia si alzò una
tempesta di sabbia e grandine che si rovesciò sui barbari invasori,
che spaventati fuggirono.
Tutta la città con il vescovo, salì sul monte in processione di
ringraziamento; ma ancora una volta il vescovo non volle entrare nella
grotta. Per questa sua esitazione che non si spiegava, s. Lorenzo
Maiorano si recò a Roma dal papa Gelasio I (490-496), il quale gli
ordinò di entrare nella grotta insieme ai vescovi della Puglia, dopo
un digiuno di penitenza.
Recatosi i tre vescovi alla grotta per la dedicazione, riapparve loro
per la terza volta l'arcangelo, annunziando che la cerimonia non era
più necessaria, perché la consacrazione era già avvenuta con la sua
presenza. La leggenda racconta che quando i vescovi entrarono nella
grotta, trovarono un altare coperto da un panno rosso con sopra una
croce di cristallo e impressa su un masso l'impronta di un piede
infantile, che la tradizione popolare attribuisce a s. Michele.
Il vescovo san Lorenzo fece costruire all'ingresso della grotta, una
chiesa dedicata a s. Michele e inaugurata il 29 settembre 493; la
Sacra Grotta è invece rimasta sempre come un luogo di culto mai
consacrato da vescovi e nei secoli divenne celebre con il titolo di
"Celeste Basilica".
Attorno alla chiesa e alla grotta è cresciuta nel tempo la cittadina
di Monte Sant'Angelo nel Gargano. I Longobardi che avevano fondato nel
secolo VI il Ducato di Benevento, vinsero i feroci nemici delle coste
italiane, i saraceni, proprio nei pressi di Siponto, l'8 maggio 663,
avendo attribuito la vittoria alla protezione celeste di s. Michele,
essi presero a diffondere come prima accennato, il culto per
l'arcangelo in tutta Italia, erigendogli chiese, effigiandolo su
stendardi e monete e instaurando la festa dell'8 maggio dappertutto.
Intanto la Sacra Grotta diventò per tutti i secoli successivi, una
delle mete più frequentate dai pellegrini cristiani, diventando
insieme a Gerusalemme, Roma, Loreto e S. Giacomo di Compostella, i
poli sacri dall'Alto Medioevo in poi.
Sul Gargano giunsero in pellegrinaggio papi, sovrani, futuri santi.
Sul portale dell'atrio superiore della basilica, che non è possibile
descrivere qui, vi è un'iscrizione latina che ammonisce: "che questo è
un luogo impressionante. Qui è la casa di Dio e la porta del Cielo".
Il santuario e la Sacra Grotta sono pieni di opere d'arte, di
devozione e di voto, che testimoniano lo scorrere millenario dei
pellegrini e su tutto campeggia nell'oscurità la statua in marmo
bianco di S. Michele, opera del Sansovino, datata 1507.
L'arcangelo è comparso lungo i secoli altre volte, sia pure non come
sul Gargano, che rimane il centro del suo culto, ed il popolo
cristiano lo celebra ovunque con sagre, fiere, processioni,
pellegrinaggi e non c'è Paese europeo che non abbia un'abbazia,
chiesa, cattedrale, ecc. che lo ricordi alla venerazione dei fedeli.
Apparendo ad una devota portoghese Antonia de Astonac, l'arcangelo
promise la sua continua assistenza, sia in vita che in purgatorio e
inoltre l'accompagnamento alla S. Comunione da parte di un angelo di
ciascuno dei nove cori celesti, se avessero recitato prima della Messa
la corona angelica che gli rivelò.
I cori sono: Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù,
Principati, Arcangeli ed Angeli. La sua festa liturgica principale in
Occidente è iscritta nel Martirologio Romano al 29 settembre e nella
riforma del calendario liturgico del 1970, è accomunato agli altri due
arcangeli più conosciuti, Gabriele e Raffaele nello stesso giorno,
mentre l'altro arcangelo a volte nominato nei sacri testi, Uriele non
gode di un culto proprio.
Per la sua caratteristica di "guerriero celeste" s. Michele è patrono
degli spadaccini, dei maestri d'armi; poi dei doratori, dei
commercianti, di tutti i mestieri che usano la bilancia, i farmacisti,
pasticcieri, droghieri, merciai; fabbricanti di tinozze, inoltre è
patrono dei radiologi e della Polizia.
È patrono principale delle città italiane di Cuneo, Caltanissetta,
Monte Sant'Angelo, Sant'Angelo dei Lombardi, compatrono di Caserta.
Difensore della Chiesa, la sua statua compare sulla sommità di Castel
S. Angelo a Roma, che come è noto era diventata una fortezza in difesa
del Pontefice; protettore del popolo cristiano, così come un tempo lo
era dei pellegrini medievali, che lo invocavano nei santuari ed
oratori a lui dedicati, disseminati lungo le strade che conducevano
alle mete dei pellegrinaggi, per avere protezione contro le malattie,
lo scoraggiamento e le imboscate dei banditi.
Per quanto riguarda la sua raffigurazione nell'arte in generale, è
delle più vaste; ogni scuola pittorica in Oriente e in Occidente, lo
ha quasi sempre raffigurato armato in atto di combattere il demonio.
Sul Monte Athos nel convento di Dionisio del 1547, i tre principale
arcangeli sono così raffigurati, Raffaele in abito ecclesiastico,
Michele da guerriero e Gabriele in pacifica posa e rappresentano i
poteri religioso, militare e civile.

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domenica, 28 settembre 2008

Da www.repubblica.it

Intervista al sottosegreatrio Roccella dopo il dibattito con il padre di Eluana
"L'alimentazione e l'idratazione non possono considerarsi delle cure"

"Sì al testamento biologico ma la volontà deve essere chiara"

di CATERINA PASOLINI


"Sì al testamento biologico  ma la volontà deve essere chiara"

VIAREGGIO - La libertà di scegliere e rifiutare le cure, sancita dalla costituzione, non signfica il diritto a morire. Non esiste nella nostra legislazione. Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare con delega alla salute e parlamentare Pdl di area cattolica, non ha dubbi.

E il testamento biologico?
"C'è bisogno di una legge sulla fine della vita, è giusto che una persona possa esprimere le sue volontà per quando forse non sarà in grado di farlo, ma il consenso o il rifiuto a determinate cure deve essere informato. Deve decidere dopo aver parlato con un esperto in maniera approfondita e comunque il medico secondo me può rifiutarsi, può obiettare alle scelte del paziente perché forse domani ci sarà una cura. E comunque il volere deve essere scritto, non basta il sentito dire".

Eluana non può parlare.
"Ognuno elabora il dolore in modi diverso, non voglio entrare nel dolore dei familiari ma se quella sentenza facesse giurisprudenza, se passasse il principio che un giudice ricostruisce la mia volontà in base agli stili di vita, a quello che ho detto a 13 anni mi inquieterebbe. Altri potrebbero approfittare per interesse e staccare la spina".

Ma la costituzione stabilisce il diritto a rifiutare le cure.
"Sì, idratazione e nutrizione però non sono terapie secondo me, ma accudimento, sostegno vitale e quindi non sono rifiutabili, non si tratta di accanimento terapeutico. Si immagini se passasse questo principio cosa accadrebbe ad esempio alle giovani anoressiche che non voglion mangiare, i malati di Alzhaimer".

Eluana è in coma da anni, una non vita.
"Lo dice lei, si sa cosi poco, le conoscenze mediche cambiano in continuazione. Per questo stiamo facendo una consulta sugli stati vegetativi per poi dare linee guida alle regioni per le cure riabilitative".

Parla per esperienza?
"Ho curato a lungo mia madre che dopo un'operazione è andata in coma, quando ha riaperto gli occhi era come una bambina, non teneva neanche la testa dritta come un neonato. Ha dovuto ricominciare a imparare tutto".

Ma la qualità della vita?
"È un concetto che mi fa orrore, è consumistico. Comunque uno ha il diritto di rifiutare le cure se è lucido, Welby lo ha detto e ripetuto sino alla fine e così è stato ma credo che si abbia il dovere di cercare di trattenere chi se ne vuole andare. E il medico dovrebbe avere il diritto di obiettare alle scelte del malato".

E la sofferenza?
"Ecco, dobbiamo eliminare la sofferenza, non chi soffre e sulle cure paliative in italia siamo ancora indietro".

sabato, 27 settembre 2008

La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati "che rubano il lavoro"
Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 "i pendolari della fame"

2008, fuga dalla Campania
Ma lo Stato fa finta di nulla

dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI


2008, fuga dalla Campania Ma lo Stato fa finta di nulla

Immigrati che vivono in uno stabile fatiscente a Napoli

CASERTA - I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell'autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l'indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord.

Venti euro al giorno, in nero. Meno degli immigrati africani, o dell'Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c'è lavoro, niente. "Salire" però è un lusso. Chi "va via", chi "lavora su", acquista il diritto di credere in un imprevisto. "Il sottoproletariato marginale - dice Giovanni Laino, dell'Associazione Quartieri spagnoli di Napoli - è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni". Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale.

Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l'unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant'anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall'alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.

Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il "rinascimento campano" è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all'estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. "Più dei rifiuti - dice il sociologo Giovanni Sgritta - più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati".

Chi resta non ha alternative. Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all'usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. "Era un amico - dice - per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant'anni".

È in questo deserto che lo Stato consegna la Campania al "Sistema". La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare "pali", in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. "Ormai - dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana - solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell'abisso del razzismo".

Non è, purtroppo, un'emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. "I poveri sono anonimi e faticosi - dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia - e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell'opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l'Africa dell'Europa: con più violenza e meno dignità".

I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l'affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all'anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.

Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. "L'agghiacciante verità taciuta - dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d'Italia - è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità". Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla "questione meridionale", nessun aiuto concreto. L'Italia, con la Grecia, è l'unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L'unica ad aver cancellato ogni sostegno.

Finiti i soldi anche per l'assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l'esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l'ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. "Questa volta - dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio - i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti".

Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. "La Campania - dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità - non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d'opera clandestina e ammorbidire l'islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell'Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l'affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la "somalizzazione" del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all'esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere".

Dopo trent'anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l'agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. "L'immagine-simbolo - dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di "Gomorra" - è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all'evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l'emergenza cronica in povertà".

Eppure l'Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L'abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant'Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d'affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. "Per cibo, bollette, medicine e vestiti - dice - mi restano 4 euro al giorno". Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia.

"Il Paese - dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta - alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all'istruzione, finge che l'occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L'accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L'unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra".

La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. "Anche la solidarietà - dice la sociologa Enrica Morlicchio - è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste".

Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: "l'assalto ai forni", la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. "Il governo - dice Antonio Mattone della comunità di Sant'Egidio - non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest'anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l'Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia".

Come Marina. Da trent'anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un'encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L'altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l'hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. "Se l'assisto - dice - non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno".

Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. "La scure che sta tagliando il Paese - dice Marco Rossi Doria, maestro di strada - è la fine dell'interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell'italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l'economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l'arma dell'istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità".

Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un "allarme nazionale sui poveri". "Ogni settimana - dice il sociologo Enrico Rebeggiani - se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto".

Per questo, affrontare il cambiamento con l'emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. "Il Paese - dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus - deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l'Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell'arretratezza armata". In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel "basso" hanno aperto un'officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

(27 settembre 2008)