martedì, 30 settembre 2008

Sono io!!!Oggi compio 29 anni. Festeggerò con gli amici di sempre ed una sola new entry: l'amicizia è una cosa troppo seria per essere banalizzata, soprattutto in momenti come questo ed in tempi come questi, in cui è l'individualismo a farla da padrone.  

p.s. Carlo Lembo, ma veramente pensi che io abbia 38 anni?????? Giuro che te la faccio pagare... :)

postato da: micheleippolito alle ore 18:59 | Permalink | commenti (2)
categoria:michele m ippolito
lunedì, 29 settembre 2008

San Michele Arcangelo

29 settembre

Nel Nuovo Testamento il termine "arcangelo" è attribuito a Michele.
Solo in seguito venne esteso a Gabriele e Raffaele, gli unici tre
arcangeli riconosciuti dalla Chiesa, il cui nome è documentato nella
Bibbia. San Michele, "chi come Dio?", è capo supremo dell'esercito
celeste, degli angeli fedeli a Dio. Antico patrono della Sinagoga oggi
è patrono della Chiesa Universale, che lo ha considerato sempre di
aiuto nella lotta contro le forze del male.

Patronato: Polizia, Radiologi, Droghieri

Etimologia: Michele = chi come Dio?, dall'ebraico

Martirologio Romano: Festa dei santi Michele, Gabriele e Raffaele,
arcangeli. Nel giorno della dedicazione della basilica intitolata a
San Michele anticamente edificata a Roma al sesto miglio della via
Salaria, si celebrano insieme i tre arcangeli, di cui la Sacra
Scrittura rivela le particolari missioni: giorno e notte essi servono
Dio e, contemplando il suo volto, lo glorificano incessantemente.

Il nome dell'arcangelo Michele, che significa "chi è come Dio ?", è
citato cinque volte nella Sacra Scrittura; tre volte nel libro di
Daniele, una volta nel libro di Giuda e nell'Apocalisse di s. Giovanni
Evangelista e in tutte le cinque volte egli è considerato "capo
supremo dell'esercito celeste", cioè degli angeli in guerra contro il
male, che nell'Apocalisse è rappresentato da un dragone con i suoi
angeli; esso sconfitto nella lotta, fu scacciato dai cieli e
precipitato sulla terra.
In altre scritture, il dragone è un angelo che aveva voluto farsi
grande quanto Dio e che Dio fece scacciare, facendolo precipitare
dall'alto verso il basso, insieme ai suoi angeli che lo seguivano.
Michele è stato sempre rappresentato e venerato come
l'angelo-guerriero di Dio, rivestito di armatura dorata in perenne
lotta contro il Demonio, che continua nel mondo a spargere il male e
la ribellione contro Dio.
Egli è considerato allo stesso modo nella Chiesa di Cristo, che gli ha
sempre riservato fin dai tempi antichissimi, un culto e devozione
particolare, considerandolo sempre presente nella lotta che si
combatte e si combatterà fino alla fine del mondo, contro le forze del
male che operano nel genere umano.
Dante nella sua 'Divina Commedia' pone il demonio (l'angelo Lucifero)
in fondo all'inferno, conficcato a testa in giù al centro della terra,
che si era ritirata al suo cadere, provocando il grande cratere
dell'inferno dantesco. Dopo l'affermazione del cristianesimo, il culto
per san Michele, che già nel mondo pagano equivaleva ad una divinità,
ebbe in Oriente una diffusione enorme, ne sono testimonianza le
innumerevoli chiese, santuari, monasteri a lui dedicati; nel secolo IX
solo a Costantinopoli, capitale del mondo bizantino, si contavano ben
15 fra santuari e monasteri; più altri 15 nei sobborghi.
Tutto l'Oriente era costellato da famosi santuari, a cui si recavano
migliaia di pellegrini da ogni regione del vasto impero bizantino e
come vi erano tanti luoghi di culto, così anche la sua celebrazione
avveniva in tanti giorni diversi del calendario.
Perfino il grande fiume Nilo fu posto sotto la sua protezione, si
pensi che la chiesa funeraria del Cremlino a Mosca in Russia, è
dedicata a S. Michele. Per dirla in breve non c'è Stato orientale e
nord africano, che non possegga oggetti, stele, documenti, edifici
sacri, che testimoniano la grande venerazione per il santo condottiero
degli angeli, che specie nei primi secoli della Chiesa, gli venne
tributata.
In Occidente si hanno testimonianze di un culto, con le numerosissime
chiese intitolate a volte a S. Angelo, a volte a S. Michele, come pure
località e monti vennero chiamati Monte Sant'Angelo o Monte San
Michele, come il celebre santuario e monastero in Normandia in
Francia, il cui culto fu portato forse dai Celti sulla costa della
Normandia; certo è che esso si diffuse rapidamente nel mondo
Longobardo, nello Stato Carolingio e nell'Impero Romano.
In Italia sano tanti i posti dove sorgevano cappelle, oratori, grotte,
chiese, colline e monti tutti intitolati all'arcangelo Michele, non si
può accennarli tutti, ci fermiamo solo a due: Tancia e il Gargano.
Sul Monte Tancia, nella Sabina, vi era una grotta già usata per un
culto pagano, che verso il VII secolo, fu dedicata dai Longobardi a S.
Michele; in breve fu costruito un santuario che raggiunse gran fama,
parallela a quella del Monte Gargano, che comunque era più antico.
La celebrazione religiosa era all'8 maggio, data praticata poi nella
Sabina, nel Reatino, nel Ducato Romano e ovunque fosse estesa
l'influenza della badia benedettina di Farfa, a cui i Longobardi di
Spoleto, avevano donato quel santuario.
Ma il più celebre santuario italiano dedicato a S. Michele, è quello
in Puglia sul Monte Gargano; esso ha una storia che inizia nel 490,
quando era papa Gelasio I; la leggenda racconta che casualmente un
certo Elvio Emanuele, signore del Monte Gargano (Foggia) aveva
smarrito il più bel toro della sua mandria, ritrovandolo dentro una
caverna inaccessibile.
Visto l'impossibilità di recuperarlo, decise di ucciderlo con una
freccia del suo arco; ma la freccia inspiegabilmente invece di colpire
il toro, girò su sé stessa colpendo il tiratore ad un occhio.
Meravigliato e ferito, il signorotto si recò dal suo vescovo s.
Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto (odierna Manfredonia) e raccontò
il fatto prodigioso.
Il presule indisse tre giorni di preghiere e di penitenza; dopodiché
s. Michele apparve all'ingresso della grotta e rivelò al vescovo: "Io
sono l'arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna
è a me sacra, è una mia scelta, io stesso ne sono vigile custode. Là
dove si spalanca la roccia, possono essere perdonati i peccati degli
uomini…Quel che sarà chiesto nella preghiera, sarà esaudito. Quindi
dedica la grotta al culto cristiano".
Ma il santo vescovo non diede seguito alla richiesta dell'arcangelo,
perché sul monte persisteva il culto pagano; due anni dopo, nel 492
Siponto era assediata dalle orde del re barbaro Odoacre (434-493);
ormai allo stremo, il vescovo e il popolo si riunirono in preghiera,
durante una tregua, e qui riapparve l'arcangelo al vescovo s. Lorenzo,
promettendo loro la vittoria, infatti durante la battaglia si alzò una
tempesta di sabbia e grandine che si rovesciò sui barbari invasori,
che spaventati fuggirono.
Tutta la città con il vescovo, salì sul monte in processione di
ringraziamento; ma ancora una volta il vescovo non volle entrare nella
grotta. Per questa sua esitazione che non si spiegava, s. Lorenzo
Maiorano si recò a Roma dal papa Gelasio I (490-496), il quale gli
ordinò di entrare nella grotta insieme ai vescovi della Puglia, dopo
un digiuno di penitenza.
Recatosi i tre vescovi alla grotta per la dedicazione, riapparve loro
per la terza volta l'arcangelo, annunziando che la cerimonia non era
più necessaria, perché la consacrazione era già avvenuta con la sua
presenza. La leggenda racconta che quando i vescovi entrarono nella
grotta, trovarono un altare coperto da un panno rosso con sopra una
croce di cristallo e impressa su un masso l'impronta di un piede
infantile, che la tradizione popolare attribuisce a s. Michele.
Il vescovo san Lorenzo fece costruire all'ingresso della grotta, una
chiesa dedicata a s. Michele e inaugurata il 29 settembre 493; la
Sacra Grotta è invece rimasta sempre come un luogo di culto mai
consacrato da vescovi e nei secoli divenne celebre con il titolo di
"Celeste Basilica".
Attorno alla chiesa e alla grotta è cresciuta nel tempo la cittadina
di Monte Sant'Angelo nel Gargano. I Longobardi che avevano fondato nel
secolo VI il Ducato di Benevento, vinsero i feroci nemici delle coste
italiane, i saraceni, proprio nei pressi di Siponto, l'8 maggio 663,
avendo attribuito la vittoria alla protezione celeste di s. Michele,
essi presero a diffondere come prima accennato, il culto per
l'arcangelo in tutta Italia, erigendogli chiese, effigiandolo su
stendardi e monete e instaurando la festa dell'8 maggio dappertutto.
Intanto la Sacra Grotta diventò per tutti i secoli successivi, una
delle mete più frequentate dai pellegrini cristiani, diventando
insieme a Gerusalemme, Roma, Loreto e S. Giacomo di Compostella, i
poli sacri dall'Alto Medioevo in poi.
Sul Gargano giunsero in pellegrinaggio papi, sovrani, futuri santi.
Sul portale dell'atrio superiore della basilica, che non è possibile
descrivere qui, vi è un'iscrizione latina che ammonisce: "che questo è
un luogo impressionante. Qui è la casa di Dio e la porta del Cielo".
Il santuario e la Sacra Grotta sono pieni di opere d'arte, di
devozione e di voto, che testimoniano lo scorrere millenario dei
pellegrini e su tutto campeggia nell'oscurità la statua in marmo
bianco di S. Michele, opera del Sansovino, datata 1507.
L'arcangelo è comparso lungo i secoli altre volte, sia pure non come
sul Gargano, che rimane il centro del suo culto, ed il popolo
cristiano lo celebra ovunque con sagre, fiere, processioni,
pellegrinaggi e non c'è Paese europeo che non abbia un'abbazia,
chiesa, cattedrale, ecc. che lo ricordi alla venerazione dei fedeli.
Apparendo ad una devota portoghese Antonia de Astonac, l'arcangelo
promise la sua continua assistenza, sia in vita che in purgatorio e
inoltre l'accompagnamento alla S. Comunione da parte di un angelo di
ciascuno dei nove cori celesti, se avessero recitato prima della Messa
la corona angelica che gli rivelò.
I cori sono: Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù,
Principati, Arcangeli ed Angeli. La sua festa liturgica principale in
Occidente è iscritta nel Martirologio Romano al 29 settembre e nella
riforma del calendario liturgico del 1970, è accomunato agli altri due
arcangeli più conosciuti, Gabriele e Raffaele nello stesso giorno,
mentre l'altro arcangelo a volte nominato nei sacri testi, Uriele non
gode di un culto proprio.
Per la sua caratteristica di "guerriero celeste" s. Michele è patrono
degli spadaccini, dei maestri d'armi; poi dei doratori, dei
commercianti, di tutti i mestieri che usano la bilancia, i farmacisti,
pasticcieri, droghieri, merciai; fabbricanti di tinozze, inoltre è
patrono dei radiologi e della Polizia.
È patrono principale delle città italiane di Cuneo, Caltanissetta,
Monte Sant'Angelo, Sant'Angelo dei Lombardi, compatrono di Caserta.
Difensore della Chiesa, la sua statua compare sulla sommità di Castel
S. Angelo a Roma, che come è noto era diventata una fortezza in difesa
del Pontefice; protettore del popolo cristiano, così come un tempo lo
era dei pellegrini medievali, che lo invocavano nei santuari ed
oratori a lui dedicati, disseminati lungo le strade che conducevano
alle mete dei pellegrinaggi, per avere protezione contro le malattie,
lo scoraggiamento e le imboscate dei banditi.
Per quanto riguarda la sua raffigurazione nell'arte in generale, è
delle più vaste; ogni scuola pittorica in Oriente e in Occidente, lo
ha quasi sempre raffigurato armato in atto di combattere il demonio.
Sul Monte Athos nel convento di Dionisio del 1547, i tre principale
arcangeli sono così raffigurati, Raffaele in abito ecclesiastico,
Michele da guerriero e Gabriele in pacifica posa e rappresentano i
poteri religioso, militare e civile.

postato da: micheleippolito alle ore 15:46 | Permalink | commenti
categoria:religione, preghiera, san michele, michele m ippolito
domenica, 28 settembre 2008

Da www.repubblica.it

Intervista al sottosegreatrio Roccella dopo il dibattito con il padre di Eluana
"L'alimentazione e l'idratazione non possono considerarsi delle cure"

"Sì al testamento biologico ma la volontà deve essere chiara"

di CATERINA PASOLINI


"Sì al testamento biologico  ma la volontà deve essere chiara"

VIAREGGIO - La libertà di scegliere e rifiutare le cure, sancita dalla costituzione, non signfica il diritto a morire. Non esiste nella nostra legislazione. Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare con delega alla salute e parlamentare Pdl di area cattolica, non ha dubbi.

E il testamento biologico?
"C'è bisogno di una legge sulla fine della vita, è giusto che una persona possa esprimere le sue volontà per quando forse non sarà in grado di farlo, ma il consenso o il rifiuto a determinate cure deve essere informato. Deve decidere dopo aver parlato con un esperto in maniera approfondita e comunque il medico secondo me può rifiutarsi, può obiettare alle scelte del paziente perché forse domani ci sarà una cura. E comunque il volere deve essere scritto, non basta il sentito dire".

Eluana non può parlare.
"Ognuno elabora il dolore in modi diverso, non voglio entrare nel dolore dei familiari ma se quella sentenza facesse giurisprudenza, se passasse il principio che un giudice ricostruisce la mia volontà in base agli stili di vita, a quello che ho detto a 13 anni mi inquieterebbe. Altri potrebbero approfittare per interesse e staccare la spina".

Ma la costituzione stabilisce il diritto a rifiutare le cure.
"Sì, idratazione e nutrizione però non sono terapie secondo me, ma accudimento, sostegno vitale e quindi non sono rifiutabili, non si tratta di accanimento terapeutico. Si immagini se passasse questo principio cosa accadrebbe ad esempio alle giovani anoressiche che non voglion mangiare, i malati di Alzhaimer".

Eluana è in coma da anni, una non vita.
"Lo dice lei, si sa cosi poco, le conoscenze mediche cambiano in continuazione. Per questo stiamo facendo una consulta sugli stati vegetativi per poi dare linee guida alle regioni per le cure riabilitative".

Parla per esperienza?
"Ho curato a lungo mia madre che dopo un'operazione è andata in coma, quando ha riaperto gli occhi era come una bambina, non teneva neanche la testa dritta come un neonato. Ha dovuto ricominciare a imparare tutto".

Ma la qualità della vita?
"È un concetto che mi fa orrore, è consumistico. Comunque uno ha il diritto di rifiutare le cure se è lucido, Welby lo ha detto e ripetuto sino alla fine e così è stato ma credo che si abbia il dovere di cercare di trattenere chi se ne vuole andare. E il medico dovrebbe avere il diritto di obiettare alle scelte del malato".

E la sofferenza?
"Ecco, dobbiamo eliminare la sofferenza, non chi soffre e sulle cure paliative in italia siamo ancora indietro".

sabato, 27 settembre 2008

La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati "che rubano il lavoro"
Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 "i pendolari della fame"

2008, fuga dalla Campania
Ma lo Stato fa finta di nulla

dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI


2008, fuga dalla Campania Ma lo Stato fa finta di nulla

Immigrati che vivono in uno stabile fatiscente a Napoli

CASERTA - I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell'autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l'indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord.

Venti euro al giorno, in nero. Meno degli immigrati africani, o dell'Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c'è lavoro, niente. "Salire" però è un lusso. Chi "va via", chi "lavora su", acquista il diritto di credere in un imprevisto. "Il sottoproletariato marginale - dice Giovanni Laino, dell'Associazione Quartieri spagnoli di Napoli - è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni". Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale.

Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l'unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant'anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall'alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.

Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il "rinascimento campano" è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all'estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. "Più dei rifiuti - dice il sociologo Giovanni Sgritta - più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati".

Chi resta non ha alternative. Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all'usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. "Era un amico - dice - per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant'anni".

È in questo deserto che lo Stato consegna la Campania al "Sistema". La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare "pali", in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. "Ormai - dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana - solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell'abisso del razzismo".

Non è, purtroppo, un'emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. "I poveri sono anonimi e faticosi - dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia - e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell'opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l'Africa dell'Europa: con più violenza e meno dignità".

I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l'affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all'anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.

Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. "L'agghiacciante verità taciuta - dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d'Italia - è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità". Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla "questione meridionale", nessun aiuto concreto. L'Italia, con la Grecia, è l'unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L'unica ad aver cancellato ogni sostegno.

Finiti i soldi anche per l'assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l'esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l'ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. "Questa volta - dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio - i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti".

Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. "La Campania - dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità - non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d'opera clandestina e ammorbidire l'islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell'Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l'affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la "somalizzazione" del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all'esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere".

Dopo trent'anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l'agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. "L'immagine-simbolo - dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di "Gomorra" - è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all'evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l'emergenza cronica in povertà".

Eppure l'Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L'abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant'Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d'affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. "Per cibo, bollette, medicine e vestiti - dice - mi restano 4 euro al giorno". Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia.

"Il Paese - dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta - alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all'istruzione, finge che l'occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L'accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L'unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra".

La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. "Anche la solidarietà - dice la sociologa Enrica Morlicchio - è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste".

Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: "l'assalto ai forni", la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. "Il governo - dice Antonio Mattone della comunità di Sant'Egidio - non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest'anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l'Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia".

Come Marina. Da trent'anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un'encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L'altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l'hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. "Se l'assisto - dice - non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno".

Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. "La scure che sta tagliando il Paese - dice Marco Rossi Doria, maestro di strada - è la fine dell'interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell'italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l'economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l'arma dell'istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità".

Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un "allarme nazionale sui poveri". "Ogni settimana - dice il sociologo Enrico Rebeggiani - se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto".

Per questo, affrontare il cambiamento con l'emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. "Il Paese - dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus - deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l'Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell'arretratezza armata". In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel "basso" hanno aperto un'officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

(27 settembre 2008)

venerdì, 26 settembre 2008
LAVORO: ACLI, COLMARE DEFICIT RAPPRESENTANZA

Giovani precari, immigrati, lavoratori a bassa qualifica: intere fasce di popolazione a rischio marginalità sociale e politica

Roma, 24 settembre 2008 - Un «nuovo progetto di rappresentanza» per quella fascia di lavoratori e di popolazione «sempre più a rischio di marginalità sociale»: giovani precari, uomini e donne a bassa qualifica professionale, immigrati. E' questo l'ambizioso programma delle Acli per i prossimi anni, come è stato presentato questa mattina, nel corso di un seminario a Roma sul lavoro e l'identità sociale, dal presidente nazionale delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani Andrea Olivero e dal nuovo responsabile del dipartimento lavoro Maurizio Drezzadore.

«Per molti ceti popolari - ha spiegato Drezzadore - prima ancora della tutela manca oggi la rappresentanza e l'accompagnamento dentro i meandri della nuova e competitiva società dei lavori. Nell'era della globalizzazione e delle grandi trasformazioni, le fasce lavoratrici meno qualificate sono quelle più esposte ai rischi di marginalità sociale. Il lavoro, perdendo progressivamente senso e peso sociale, non contribuisce più a creare le forti identità collettive che hanno segnato la storia degli ultimi due secoli».

«Per questo motivo - ha aggiunto Dreazzadore - il compito delle Acli per i prossimi anni non potrà non essere quello di rappresentare i ceti popolari e quella parte del mondo del lavoro che oggi fatica a stare al passo con i cambiamenti, e per questo è meno protetto e resta ai margini della società e della stessa democrazia». Non è un caso - sottolineano le Acli - se il tasso più alto di "antipolitica" (22%, secondo l'ultima ricerca Iref) cioè di passività, lontananza e rifiuto della politica e della partecipazione democratica, si registra proprio nei ceti popolari a basso reddito. «Senza fornire adeguate tutele e rappresentanze a questo pezzo del mondo del lavoro e a questi ceti popolari - ha concluso Dreazzadore - si rischia di creare profonde e insanabili fratture nel tessuto sociale e democratico del nostro Paese».
postato da: micheleippolito alle ore 15:35 | Permalink | commenti
categoria:lavoro, formazione, precariato, acli, dottrina sociale della chiesa, aps , andrea olivero
mercoledì, 24 settembre 2008
Nelle ultime settimane ho imparato molte cose sulla gestione amministrativa del Comune di San Giorgio a Cremano e degli enti locali in generale. Un il mio collega Clemente (non fate battute stupide, non ha gli occhiali…), un paio di giorni fa, vedendomi trafficare con delle carte ha cominciato a scherzare dicendomi: “Caspita, sai fare pure le determina! Sta gente che lavora qui da trent’anni e non le sa fare!!!” La verità è che ancora molte cose mi sono poco chiare, devo riscrivere i documenti più volte e spesso combino dei veri e propri casini.
burocrazia
Una cosa interessante che ho imparato è la procedura per spendere i soldi: è talmente farraginosa che me la sono dovuta ripetere una decina di volte a mò di filastrocca per impararla. Facciamo un esempio. Diciamo che avete chiesto un patrocinio morale e la stampa di una cinquantina di manifesti per una manifestazione culturale. Spesa complessiva: sessanta euro più iva.
La giunta comunale, Sindaco ed assessori, si riunisce e prenota la spesa con una delibera. A quel punto viene chiamato in causa il dirigente del settore a cui si riferisce la manifestazione che deve impegnare la spesa con una determina. Voi poi fate stampare i manifesti e li fate affiggere (spendendo venti euro e spiccioli di tasca vostra). Il tipografo vi dà la fattura e la presentate al Comune. La fattura arriva all’ufficio economato, che la passa in ragioneria, dove viene scaricata l’iva. A quel punto viene rimandata al settore di competenza, dove è necessario redigere una determina di liquidazione della spesa. La pratica torna in ragioneria, dove viene effettuato il mandato di pagamento. Passerà qualche settimana. E voi dovrete andare in banca a ritirare i soldi in contanti.
Mal di testa, vero? E’ venuto anche a me mentre cercavo di capire tutto il meccanismo. Quando qualcuno vi dice che uno dei problemi dell’Italia è la burocrazia… Credetegli!!! Ha ragione!!!
postato da: micheleippolito alle ore 20:11 | Permalink | commenti (1)
categoria:lavoro, pubblica amministrazione, san giorgio a cremano, michele m ippolito
domenica, 21 settembre 2008

ilmattino-bigNon ho mai avuto la velleità di diventare un redattore del Mattino, mi basta la mia collaborazione da pochi pezzi al mese per farmi felice (veramente felice, era il sogno che avevo da bambino!) però ci sono colleghi bravissimi che da anni sono precari al giornale. Quando dico "precari da anni" intendo riferirmi a periodi superiori ai dieci anni con guadagni che si aggirano sui 3-400 euro netti al mese. Eppure, nonostante tutto questo, quando si libera un posto in redazione a nessuno viene in mente di darlo ad uno di loro. E' una ingiustizia profonda che fa venire anche meno la voglia di lavorare e fa perdere risorse importanti ad un giornale che ha bisogno di persone che hanno fatto gavetta e che hanno dimostrato di conoscere i trucchi del mestiere.

Su www.ilbarbieredellasera.it è stato pubblicato un bel post che racconta in maniera sarcastica quanto poco considerati siano i precari del Mattino. Buona lettura.

17.09.2008
Il Mattino. Non c'è trippa per precari
di Pseudoparagiornalista

Il buongiorno si vede dal Cdr

Nella redazione de Il Mattino il Cdr comincia a fare sul serio. Nella redazione di via Chiatamone siedono i precursori di ieri e i paladini di oggi, delle nuove norme poste a tutela dei "precari", in particolare freelance e collaboratori, che la FNSI vorrebbe far inserire nel nuovo CCNL. Tanto che alla FNSI hanno già deciso: in tutte le strategie future si prenderà ad esempio l'impegno de Il Mattino.

Le ragioni? Nei fatti. Lo scorso anno emerse in via Chiatamone la necessità di rimpinguare la redazione economica centrale con una nuova assunzione. Il Cdr prima ancora che affiorasse una qualche ipotesi, alzò delle barricate che bloccarono la circolazione stradale nel capoluogo e fino a Frattamaggiore. "I precari sono un patrimonio del giornale. E' giusto - tuonò il Cdr - e lo rivendichiamo con forza, che nelle assunzioni il direttore Mario Orfeo verifichi preliminarmente che non vi siano, tra i precari, colleghi in grado di ricoprire le carenze di organico. Su questo siamo irremovilibi".

Orfeo rimase impressionato dalla durissima presa di posizione. Ci pensò su e per non scontentare la redazione, avviò subito questa verifica preliminare ovviamente autocondotta, autogestita ed autocoordinata, con la diretta autosupervisione del direttore Orfeo. Conclusione: in tutto il parco di collaboratori e precari de Il Mattino, in tutte e cinque le province della Campania, nessuno capisce un tubo di economia. Percorso obbligato per il direttore in lacrime: l'assunzione fu fatta all'esterno. Al Cdr non rimase che allargare le braccia e rimuovere le barricate in via Chiatamone.

Manco il tempo per l'amministrazione di sbrigare i vari adempimenti legati all'assunzione, e per il collega economista di prender posto sulla sua nuova poltrona, che ecco aprirsi un nuovo buco in politica.

Orfeo, che evidentemente non riesce a tenere gli occhi ancorati tra quanti già lavorano per Il Mattino, già pensava in quale redazione attingere. Ma ecco che il Cdr stringeva accordi con i protestanti della monnezza e fermava la circolazione autostradale, aerea e ferroviaria a Napoli e in provincia. "No! - tuonò il rappresentante dei collaboratori nel Cdr - stavolta non si passa! L'assunzione tocca ad un precario. E se no che c...o di tutela blateriamo per i precari? Va a finire che non ci crederà neppure la Fnsi".

Nuovo tavolo di confronto e nuova intesa: una apposita commissione avrebbe preliminarmente verificato la sussistenza dei requisiti in capo a qualche collaboratore esterno. A far parte della commissione vengono nominati Mario Orfeo, Orfeo Mario e il direttore responsabile de "Il Mattino" nel ruolo di garante e supervisore.

La verifica anche in questo caso fu quanto mai flash: no, tra i collaboratori di Napoli, Benevento, Caserta, Salerno, Avellino, nessuno capisce un'acca di politica. Ineluttabile anche in questo caso il ricorso all'esterno. I rappresentanti del Cdr, in lacrime, hanno dovuto abbandonare ancora una volta il presidio.

Le lacrime non erano ancora asciutte quando dalla cronaca di Napoli fecero presente che urgeva un redattore in pianta stabile. "Stavolta assumo all'esterno", pensò Orfeo. Non importa se a Repubblica, al Gazzettino parrocchiale o al Corriere degli ammogliati. A costo di arrivare a Milano. L'importante è che l'assunzione sia dall'esterno.

"Niet - tuonò nuovamente il Cdr - uno corno! di qui non si passa. Stavolta è cronaca, l'abc di tanti collaboratori. Prima la verifica interna. Se no sti ragazzi come li motiviamo? E poi, via, c'è anche un discorso di correttezza, di trasparenza". "C'avete rotto con 'ste verifiche" pensò tra se e se Mario Orfeo.

Che anche stavolta però dovette attenersi ai desiderata del Cdr. "Nomino una commissione formata da me, da Mario Orfeo e dal direttore de Il Mattino", disse "che dovrà relazionare non oltre i sette giorni". Ne passò uno soltanto e la relazione fu di appena un rigo: nessuno tra i collaboratori de Il Mattino capisce un cavolo di cronaca. Ovviamente anche quest'assunzione fu fatta, non senza delusione e sofferenza, esternamente. 

Tanti collaboratori e freelance "ignoranti" de Il Mattino sono ovviamente passati ad altre testate, dove cureranno l'oroscopo, le previsioni del tempo e, i più preparati, il block notes degli appuntamenti. Maggiori aspirazioni non ne possono avere giacché per ben tre volte una qualificata commissione super partes ha accertato e certificato l'ignoranza assoluta in materia di cronaca, di economia e di politica (ma di che cavolo hanno scritto fino ad oggi? Bho!).

Ma nel panico, con loro, c'è anche il Cdr, che allorquando si parlerà di tutela dei precari nel rinnovo del CCNL, non avrà un solo interlocutore su cui far valere il proprio impegno e le proprie ragioni.

Meglio guardare ai contrattualizzati,  ha suggerito qualcuno. Del resto, come sindacato, non abbiamo mai saputo fare altro.

sabato, 20 settembre 2008

Da www.repubblica.it

Il contatto tra gli autonomi che protestavano e le forze dell'ordine ha provocato il divieto
Erano previste 2.000 adesioni europee, si sono presentati poche decine di naziskin italiani

Colonia si ribella alla xenofobia
vietata la manifestazione islamica

Ha preso la parola solo Borghezio, subito interrotto dallo stop della Polizia. La risposta civile della città. Il borgomastro: "Non c'è posto per razzismo e tolleranza".
dal corrispondente ANDREA TARQUINI


Colonia si ribella alla xenofobia  vietata la manifestazione islamica

COLONIA - I populisti di destra, gli xenofobi, gli antiislamici, di tutta Europa hanno incassato in Germania la loro Stalingrado. La "conferenza contro l'islamizzazione" indetta qui dal movimento 'Pro Koeln' (per Colonia) e con la partecipazione di gruppi e partiti ultrà di tutto il continente, è stata proibita all'ultimo istante per imperativi di pubblica sicurezza dopo che la città intera si era mobilitata con cortei, sit-in e blocchi stradali per sbarrare il passo ai populisti sulla via della piazza del mercato, luogo previsto per il loro comizio.

"E'una vittoria di Colonia, città tollerante dove abita gente di 180 etnie e oltre venti religioni, ma città che ha tolleranza zero contro l'eurofascismo", ha detto esultante il sindaco democristiano (Cdu, il partito della Cancelliera Angela Merkel) annunciando il divieto ai manifestanti democratici in piazza.

Si è conclusa così, con uno smacco dell'euroultradestra, la giornata che aveva fatto temere il peggio, la giornata che si preannunciava segnata da ore di violenze, tumulti etnici e guerriglia urbana tra estremisti di destra e di sinistra. Con l'appoggio del governo federale di Berlino, il borgomastro e la polizia hanno all'ultimo momento vietato il raduno convocato prima di tutto per condannare la decisione (appoggiata dal borgomastro) di costruire a Colonia una nuova, modernissima moschea che sarà la più grande di Germania.

La giornata era iniziata alle 9 del mattino, quando migliaia e migliaia di dimostranti anti-populisti avevano cominciato a radunarsi a Piazza Papa Roncalli, sul lato destro del maestoso, gotico duomo cattolico di Colonia. Militanti democristiani e socialdemocratici, verdi, sindacalisti, operai metalmeccanici, minatori della Ruhr, giovani venuti in treno o in autostop da ogni parte della Germania, avevano risposto all'appello del borgomastro Schramma e dei sindacati. Schramma, l'eroe della giornata, è stato il primo oratore. Ha detto che "a Colonia non c'è posto per razzismo, intolleranza, discriminazione e ogni odore di fascismo", ha aggiunto che "a questa cricca marcia di eurofascisti noi possiamo indicare solo la porta d'uscita e cacciarli, non sono i benvenuti". Fin da ieri venerdì, la resistenza passiva della città aveva reso la vita difficile ai manifestanti populisti: tassisti e conducenti di bus a noleggio si erano rifiutati di prenderli a bordo, ristoranti e alberghi hanno disdetto le loro prenotazioni.

A Piazza Roncalli ci sono stati i primi scontri tra polizia e gruppetti di autonomi e di black bloc che contestavano l'iniziativa xenofoba da posizioni estreme. Alcuni giovani hanno tentato di rubare la pistola d'ordinanza a un agente, la polizia ha subito reagito. Gruppi di estremisti hanno puntato su Heumarkt, la piazza del mercato luogo previsto del raduno di destra. La piazza già era bloccata da cordoni di dimostranti pacifici, gli autonomi hanno attaccato la polizia che ha reagito. Decisa ma senza esagerare, senza andare all'escalation. Manganelli e cariche a cavallo per contrattaccare, ma niente lacrimogeni né pestaggi. Intanto la piazza restava chiusa, solo pochissimi militanti di destra riuscivano ad arrivarci. E la tensione in strada restava alta. A quel punto è giunta la decisione di vietare il raduno. E all'euroultradestra non è restato che cercare la strada verso la stazione centrale o l'aeroporto.

In piazza, per il comizio, era arrivato solo l'eurodeputato leghista, Mario Borghezio. Ha potuto pronunciare solo qualche parola, poi l'audio è stato spento e anche lui è dovuto scendere dal palco. Borghezio se n'è andato urlando: "Europa cristiana, mai muslmana" e sibilando: "La decisione delle autorità tedesche di impedire la manifestazione 'stop Islam' indetta dal comitato Pro-Koeln conferma pienamente la nostra tesi: siamo di fronte a una strategia islamista di criminalizzazione di chiunque osi parlare".

Alla manifestazione dei democratici erano presenti anche politici dell'opposizione italiana: c'erano Laura Garavini, eletta deputato nelle liste europee del Pd, Eugenio Marino, responsabile pd per l'emigrazione italiana, e Rossella Benati della comunità italiana di Colonia. Hanno portato la loro bandiera, sono saliti in tribuna, hanno detto "La nostra presenza qui è contro la xenofobia e il razzismo, e per l'identità multiculturale". La Benati ha aggiunto: "I nostri padri venendo qui da emigrati vissero la discriminazione, oggi i bambini tedeschi giocano insieme ai bambini figli di immigrati". Schramma accogliendoli sul palco li ha abbracciati, li ha salutati come simbolo dell'altra Italia.

postato da: micheleippolito alle ore 20:14 | Permalink | commenti
categoria:germania, razzismo, governo, lega nord, criminalità
lunedì, 15 settembre 2008

908_wolfgang-amadeus-mozart_1_redL'altra sera sono stato ospite dell'Amministrazione Comunale di Portici al Mozart Box per vedere la Festa di Piedigrotta di Nello Mascia ed uno spettacolo pirotecnico. Devo dire la verità: l'organizzazione, l'allestimento, l'ideazione, tutto stupendo. Mi sono divertito molto ed ho incassato una bella lezione.

Ho scoperto, nell'occasione, che la manifestazione è curata da Giulio Baffi, che fino all'anno scorso curava il Sorriso del Vulcano. L'anno scorso il Sorriso del Vulcano fu finanziato dalla Regione Campania, il Mozart Box no. Quest'anno, trasmigrato Baffi, è accaduto il contrario. Se ricordate, il sindaco Giorgiano, qualche mese fa, attaccò duramente il presidente della Giunta Regionale della Campania Antonio Bassolino per questa scelta.

A questo punto credo che sia chiaro che se si vuole organizzare una bella rassegna ed ottenere i soldi della Regione Campania sia meglio chiamare Baffi. Ma, soprattutto, sono convinto che se si vuole ottenere i soldi della Regione Campania per organizzare una bella rassegna è OBBLIGATORIO chiamare Baffi...

domenica, 14 settembre 2008

alitaliaAerei fermi negli hangar, clienti che da domani non sapranno a che santo votarsi dopo aver prenotato mesi fa i propri biglietti, sindacati arroccati sulle proprie posizioni, cordate di imprenditori che non mollano, lavoratori che rischiano di andare in mezzo alla strada. Insomma, ormai Alitalia è allo sfascio. La CAI ha già fatto sapere che, rilevando la società, cancellerà moltissime rotte e licenzierà migliaia di piloti, hostess e steward. Il malato è in fin di vita. C'era il tempo per recuperarlo per tempo, con danni limitati. Qualche mese fa era vicino l'accordo con Air France, un colosso del settore, che avrebbe anche evitato la ricaduta sui contribuenti italiani di un mare di debiti. Quella strada non fu percorsa dal Governo Berlusconi in nome della pretesa che Alitalia rimanesse italiana. E così, ecco la frittata.

Io credo che è giusto che Alitalia, come qualsiasi altra società privata farebbe a questo punto, sia lasciata fallire. I lavoratori saranno in parte assorbiti dalle aziende che prenderanno gli hub e le rotte da coprire nel nostro Paese e da esso agli scali internazionali. Soprattutto non sarà l'intera popolazione italiana a pagare per gli sbagli altrui.

postato da: micheleippolito alle ore 22:56 | Permalink | commenti
categoria:politica, lavoro, sindacati, alitalia, governo, silvio berlusconi
giovedì, 11 settembre 2008

Oggi propongo ai lettori del mio blog un'altra battaglia per cui vale la pena combattere, una di quelle che forse San Paolo avrebbe definite "buone battaglie". Invito tutti i miei colleghi giornalisti (ma non solo) ad aderire.

Una firma per Meris

Un gesto di umanità: “Datele la tessera di giornalista professionista”
Noi sottoscritti - giornalisti professionisti iscritti all’ordine e semplici cittadini - chiediamo all'Ordine Nazionale dei Giornalisti di rilasciare la tessera di giornalista professionista a Meris Andreani, giornalista della Repubblica di San Marino. Si tratterebbe di un atto di grande umanità nei confronti di una ragazza colpita da una grave malattia che lotta da anni per la vita. Sarebbe un gesto che potrà aiutare Melis a superare questo momento di crisi; un gesto di rispetto verso la dignità di una persona che lavora da anni come giornalista in uno Stato, dove non esiste un ordine dei giornalisti. Meris ha sempre desiderato la tessera di giornalista professionista. Purtroppo la malattia l'ha costretta più volte a rinunciare agli esami.

Lei mi ha scritto (settembre 2006): “Sono praticante dal 1999: alla faccia dei 18 mesi! Lavoro alla tivù di stato della Repubblica di San Marino, ma coincidendo gli esami con i cicli di radioterapia, non sono mai riuscita a sostenerli. Questa sessione [fine ottobre 2006] ci provo. Non ho alcuna speranza. Sarò sotto preparazione per la terapia. Sarò in assenza di metabolismo cerebrale, quindi rallentata nei movimenti... in tutto. Sono tentata di lasciar perdere tutto, nonostante i soldi spesi. Ma questa è la volta che sto meglio (pensa un po'!!) a confronto delle altre! Seguirò qualcuno dei tuoi consigli, ma sarà dura”.

Meris ci è andata nell’ottobre del 2006 a Roma, nonostante avesse chiesto di sostenere l’esame ad Ancona (lei è iscritta all’Odg delle Marche). Meris ci è andata sulla sedia a rotella. Meris è stata bocciata. Meris avrebbe ancora la possibilità di sostenere l’esame, ma la malattia glielo impedisce.

Una firma

Aiutarci in questa “impresa” è molto semplice. Mandate una mail all’Ordine Nazionale dei Giornalisti (odg@odg.it) oppure lasciate il vostro messaggio sul forum di www.micheleaglio.it.

Per info
Michele Aglio
info@micheleaglio.it

Giovanna Sisti
info@marchenews.it

postato da: micheleippolito alle ore 22:57 | Permalink | commenti (1)
categoria:lavoro, giornalismo, ordine dei giornalisti, il barbiere della sera
lunedì, 08 settembre 2008

Benedetto XVI ha celebrato messa e Angelus di fronte a centomila fedeli
In prima fila il premier Berlusconi con il sottosegretario Gianni Letta

Il Papa a Cagliari: in Italia serve
nuova generazione politica cattolica


Il Papa a Cagliari: in Italia serve nuova generazione politica cattolica

CAGLIARI - In Italia serve una "nuova generazione" di politici cattolici, che abbiano "rigore morale" e "competenza". Lo ha affermato Benedetto XVI, durante la messa celebrata oggi a Cagliari, sul sagrato del santuario di Nostra Signora di Bonaria. Ad ascoltarlo centomila fedeli e, in prima fila, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il governatore della Sardegna, Renato Soru, e il sottosegretario Gianni Letta.

Nell'omelia il Papa ha esortato la Chiesa e i cattolici a tornare a "essere capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell'economia, della politica" che, ha sottolineato, "necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile".

Il Papa ha anche esortato i cristiani a "far sì che Cristo sia incontrato dai giovani, portatori per loro natura di nuovo slancio, ma spesso vittime del nichilismo diffuso, assetati di verità e di ideali proprio quando sembra negarli". Di giovani e ai giovani Ratzinger tornerà a parlare oggi pomeriggio, nell'incontro in programma in piazza Yenne.

I fedeli sardi hanno rivolto una calorosissima accoglienza a Benedetto XVI che dall'aeroporto di Elmas ha raggiunto il santuario di Nostra Signora di Bonaria in papamobile attraversando tra due ali di folla il centro della città e il lungomare. Grandi manifestazioni di affetto lo hanno accompagnato lungo tutto il percorso.

Papa Ratzinger è arrivato alle 9.30 con un aereo dell'Aeronautica Militare, a bordo del quale ha viaggiato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, che resterà accanto al Papa per l'intera giornata. A bordo pista, con il premier c'erano l'arcivescovo di Cagliari Giuseppe Mani, l'ambasciatore presso la Santa Sede Antonio Zanardi Landi, il presidente della Regione Renato Soru e il sindaco di Cagliari Emilio Floris. Tre bambine, Chiara, Valeria e Giorgia, hanno consegnato al Pontefice un bouquet di fiori avendone in cambio un grande sorriso e una carezza.

Da www.repubblica.it

postato da: micheleippolito alle ore 00:07 | Permalink | commenti (1)
categoria:politica, religione, giornalismo, papa, parlamento, silvio berlusconi