sabato, 22 novembre 2008
15.11.2008
Ordine e illegalità
di Vittorio Gennari

Radicali: l'esame di Stato non si può fare, se prima non s'è fatto il praticantato

Rita Bernardini (PD): "L’Ordine dei giornalisti deve essere commissariato"

La deputata PD Rita Bernardini ha presentato un'interrogazione parlamentare sottoscritta anche dagli altri cinque parlamentari radicali del gruppo del Pd alla Camera, chiedendo al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, di chiarire quella che appare una vera e propria violazione della legge 69 del 1963.

A infrangere le norme, secondo i parlamentari radicali, è proprio l’organismo che ne dovrebbe curare l’osservanza da parte di tutti, vale a dire l’Ordine dei giornalisti, per il quale la Bernardini chiede il commissariamento per giungere alla revoca delle convenzioni con ben 21 istituti di formazione al giornalismo.

“A parere degli interroganti – si legge nell’interrogazione depositata lunedì scorso - è evidente che l'Ordine dei giornalisti sta tentando di affermare surrettiziamente una modalità d'accesso alla professione non conforme alla legge, modalità peraltro simile solo a quelle partorite dalle dittature della Repubblica democratica tedesca e della Spagna di Franco; è evidente che l'Ordine dei giornalisti, ad avviso degli interroganti, si è reso in sostanza responsabile di una grave violazione di legge”.

Ciò premesso, gli interroganti chiedono al Ministro della Giustizia

se “sia a conoscenza del fatto che sono ammessi all'esame di Stato per l'abilitazione alla professione giornalistica soggetti privi del requisito previsto dall'articolo 34 della legge stessa, vale a dire l'aver svolto un periodo di 18 mesi di praticantato in una redazione giornalistica autentica;

quali provvedimenti intenda adottare il Ministro per ripristinare il rispetto di una legge approvata dal Parlamento repubblicano e violata dall'ordine dei giornalisti; se non intenda commissariare i consigli dell'Ordine responsabili di quanto segnalato in premessa;

se il Ministro non ritenga opportuno porre in atto gli interventi necessari affinché siano revocate tutte le convenzioni stipulate tra Ordine dei giornalisti e istituti di formazione al giornalismo e università che autorizzano l'ammissione all'esame per l'abilitazione all'esercizio della professione giornalistica a chi è privo dei requisiti previsti dall'articolo 34 della legge n. 69 del 1963, ovvero gli allievi dei corsi di giornalismo riconosciuti”.

(da Affaritaliani.it)

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domenica, 09 novembre 2008

Articolo di Marco Travaglio dall'ESPRESSO del 7 novembre 2008

Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Per una coincidenza , il 30 ottobre, la  GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE DEL SENATO RINVIAVA AL MITTENTE LA RICHIESTA DEL GIP DI PALERMO DI AUTORIZZARE A USARE UNA TELEFONATA TRA DELL'UTRI  E LA SORELLA  DEL BOSS MAFIOSO LATITANTE IN SUD AFRICA  VITO PALAZZOLO. Condannato al processo Pizza Connection (istruito da Falcone) per traffico di droga, Palazzolo vive da anni in Sudafrica, dov'è stato raggiunto da un'altra condanna in primo grado per mafia (9 anni anche a lui). La telefonata dimostra, secondo la Dda di Palermo, che "Dell'Utri accetta di incontrarsi con Palazzolo, uomo d'onore di Partinico allora latitante, tramite la sorella Sara". E "PALAZZOLO AFFERMA CON CERTEZZA DI SAPERE CHE DELL'UTRI HA RAPORTI RISALENTI CON COSA NOSTRA E SA COSA DEVE FARE . PALAZZOLO USA LA FRASE CONVENZIONALE: " NON DEVI CONVERTIROLO E' GIA' CONVERTITO". A  COSA NOSTRA
Perché Palazzolo cerca Dell'Utri? Perché, tramite lui e "il Presidente" (Berlusconi), conta di "alleggerire la sua posizione processuale e ammorbidire le richieste di rogatoria e di estradizione" pendenti sul suo capo. La telefonata-clou è quella intercettata fra Dell'Utri e Sara Palazzolo (anche lei imputata per mafia) sull'utenza della donna il 26 giugno 2003. Ma per la legge Boato, incredibilmente approvata sei giorni prima, il 20 giugno 2003, la conversazione non può essere trascritta né usata senza il permesso del Senato. Ora, qualche ingenuo potrebbe pensare che Palazzo Madama abbia dato l'ok all'utilizzo del nastro: se non c'è nulla di grave, tanto meglio; in caso contrario, Schifani potrebbe chiedere le dimissioni del senatore che era pronto a incontrare un boss latitante.
Invece no. La giunta, con la sola (e solita) eccezione del dipietrista Luigi Ligotti, ha proposto all'aula di rispedire al mittente la richiesta del gip, sostenendo che avrebbe dovuto inoltrarla la Corte d'appello. Peccato che la legge Boato parli inequivocabilmente di gip (art.6: ". il giudice per le indagini preliminari decide... e richiede l'autorizzazione delle Camere."). Così, grazie a un cavillo, la telefonata resterà un mistero per tutti: Senato, cittadini, giudici.

venerdì, 07 novembre 2008

Ci sono certi amministratori pubblici che veramente mi fanno vergognare. Uno di questi è Salvatore Ricci, sindaco di Volla, eletto con il centrodestra. Beccato da Striscia la Notizia in fallo (ha una collaboratrice "a nero" nel suo studio medico, la quale pretende un euro di tangente da ogni paziente che si presenta), intervistato dall'Ora Vesuviana sull'accaduto, risponde con arroganza e disprezzo. In altri paesi civili per molto meno un qualsiasi personaggio politico si sarebbe dimesso.  Qui, invece, nessuno grida allo scandalo e neppure i quotidiani hanno ripreso lo scoop di Striscia. Che tristezza.

Striscia la notizia a Volla. Bacchettato il sindaco Ricci per le mance dei pazienti alla segretaria. Tutta pubblicità, replica lui

ricci-volla-striscia-la-notiziaVOLLA - Striscia la notizia, il popolare programma satirico di Antonio Ricci, torna a Volla per occuparsi nuovamente del fenomeno tutto napoletano della “tassa” di un euro che si paga negli studi medici alle segretarie alla porta.

“La cosa più assurda” dice l’inviato Luca Abete, nel servizio andato in onda durante la puntata di ieri sera, “è che il sindaco di Volla, il dottor Salvatore Ricci, è medico, ed anche nel suo studio si paga la mancia alla signora alla porta”.

Detto fatto, Abete si reca nello studio di Ricci, per rimproverarlo del fatto che essendo lui non solo medico ma anche primo cittadino è tenuto a dare il buon esempio.

Il sindaco replica negando che nel suo studio si paghi la mancia alla segretaria, ma le immagini riprese dalle telecamere di Striscia la Notizia mostrano chiaramente un suo paziente pagare la segretaria. Abete rincara la dose chiedendo al primo cittadino se la sua segretaria sia stata regolarizzata dal punto di vista dei contributi. La collaboratrice, gli viene risposto, è in fase di sistemazione perché lavora nello studio da poco.

Proprio alla segretaria del dottor Ricci, la signora Giulia, l’inviato di Striscia la Notizia consegna un avviso da appendere alla parete con su scritto che in quello studio non si paga alcuna mancia. “E’ tutta pubblicità che ho guadagnato “ replica il giorno dopo il sindaco “ ho ricevuto le telefonate di tanti colleghi medici che mi hanno manifestato la loro solidarietà”.

“Mi risulta che nessun medico a Volla imponga la monetina alla porta” continua Ricci “non è mai stata un’imposizione e io dico che nessuno dovrebbe pagarla. Ci tengo a dire che sia io che i miei colleghi siamo persone perbene e con la coscienza a posto”.

E riguardo l’avviso che è stato affisso? Rimarrà lì dove è stato messo?

Su questo Ricci è categorico: “Lo toglierò. L’ho messo in quel momento perché non potevo sottrarmi, ma nessuno può venire ad imporci le cose”.

 

Ilaria Campanile

venerdì, 24 ottobre 2008

il cardinale Crescenzio sepe

L'arcivescovo di Napoli su Facebook:
piazza virtuale per avvicinare i giovani

La pagina di Facebook del cardinale Sepe

La pagina di Facebook del cardinale Sepe

 

NAPOLI - Chi storceva il naso di fronte al boom di Facebook, il social network più accorsato del momento, ora dovrà ricredersi e, con tutto il rispetto, farsi il segno della croce. Perché tra le faccine della community, da un paio di giorni c'è anche quella del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe. Grande comunicatore, sua eminenza, che di quartieri e strade ne attravrsa tanti a piedi, ha subito fiutato che quella era una piazza reale, altro che virtuale, da non disertare. Ha preso tastiera e fotina e si è iscritto al sito www.facebook.com.

Il suo profilo recita: Cardinale Crescenzio Sepe. Uomo. Data di nascita: 2 giugno 1943; istruzione e lavoro: Università pontificia, Università lateranense; scuola superiore: Seminario di Aversa. Amici: 17 (almeno fino a ieri sera ndr); contatti c.grovino@chiesadinapoli.it. Nella foto sorride e stringe le mani come a porgertele per dire: se vuoi, possiamo parlarne, qui c'è una risposta. C.grovino è Carmine Grovino che cura anche il portale della diocesi di Napoli. È lui a ricevere le richieste di amicizia per l'arcivescovo e a sottoporgliele. «Ma poi - dice - è lui che decide. Come sua è stata la scelta di iscriversi a Facebook che ha sempre guardato con interesse».

Perché dove ci sono i giovani, ha detto spesso, vuole esserci anche lui. «Proprio così. La sua presenza su facebook s'iscrive nell'idea ispiratrice del progetto del nuovo portale della diocesi, che non solo vuole mettere in comunicazione tutte le parrocchie, ma creare una rete vera tra persone». E si sa, oggi non c'è niente di più reale che il virtuale. «Soprattutto per le fasce d'età psicologicamente più a rischio, quelle che più preoccuano il cardinale, ovvero i ragazzi dai 13 ai 40 anni. Per affermare concretamente la centralità della parrocchia sul territorio e nel tessuto giovanile, bisogna sperimentare il nuovo. E Facebook è senz'altro una grande occasione».

Per un pulpito virtuale? «Non proprio. Il pulpito continuerà ad essere la chiesa. L'obiettivo è quello di creare un contatto, di dare un messaggio di vicinanza, ma l'augurio è che dopo ci sia un incontro fisico tra persone e parrocchia. Il cardinale sa che i nuovi strumenti telematici devono affiancarsi e non sostituirsi ai luoghi canonici. Certo con Fb sua eminenza intende rilanciare l'opinione della chiesa di Napoli anche a chi ne è più lontano, quei giovani che per risolvere i propri disagi trovano più facile isolarsi dietro uno schermo che andare in chiesa ». Che dire? Geniale. L'apostolato napoletano diventa internettiano, e, con l'arcivescono Sepe, nasce la nuova chiesa «partenettiana».

Natascia Festa
24 ottobre 2008

Da www.corrieredelmezzogiorno.it

sabato, 18 ottobre 2008
Su Facebook ho il grande onore di avere tra i miei contatti Maurizio Cerino, un pilastro del giornalismogsiani d'inchiesta napoletano, un profondo conoscitore del sistema camorra e del mondo della criminalità organizzata. Maurizio era un amico stretto di Giancarlo Siani, il mio eroe, l'esempio che mi ha ispirato quando ho deciso di intraprendere la professione giornalistica. Qualche giorno fa Maurizio ha buttato giù due note sul suo vecchio amico. Ne è uscito un pezzo poetico, breve ma struggente, tragico ma bellissimo. Sicuro che Maurizio non si offenderà, lo voglio regalare ai lettori del mio blog.
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La camorra non ti avverte quando viene a mettere una bomba (30 maggio 1985), o viene a prendersi una vita e strappa un sogno, 23 settembre 1985. La mafia non avverte quando decide di far scomparire un giornalista, De Mauro, Rostagno, Fava, Peppino Impastato. Arriva e «opera».
Non vogliamo icone. Abbiamo i nostri ricordi dentro di noi: 23 settembre 1985. Un sol nome Giancarlo Siani, 26 anni compiuti il 19 settembre, giornalista VERO, che andava sui fatti e scriveva di suo, senza copiare. Sempre presente, vigile, acuto osservatore.
I muschilli, gli spacciatori baby, il suo ultimo articolo, esistono per davvero.
Non sono cinesi immaginari che precipitano da un container.
Erano ragazzini di 10 anni che spacciavano eroina, che trasportavano i rifornimenti medi, 1 KG dal grossista al dettagliante. Dieci viaggi e il motorino e tuo.
Ma quale prova dello sparo o stupidaggini simili. Noi abbiamo ancora quegli occhi puliti davani a noi, 23 anni dopo. Ecco chi muore di camorra per aver davvero denunciato fatti veri e nuovi, le alleanze e
i tradimenti dei cosiddetti uomini d'onore.
Noi non vogliamo icone, ma non vogliamo più nemmeno ladri di sogni.
Maurizio Cerino, napoletano, italiano 49 anni, la stessa età che avrebbe avuto Giancarlo.
mercoledì, 15 ottobre 2008

cofferatipNel “caso Cofferati” c’entra Dio. Dopo spiegherò il perché. Prima la notizia: il sindaco di Bologna non si ricandida perché sceglie di stare col figlio piccolo. In sostanza il bambino si è dolcemente “mangiato” il (post) comunista.

Il piccolo Edoardo (neanche un anno di età) ha sciolto l’anima dell’antico compagno, del leader della classe operaia, di colui che aveva in mano la sinistra italiana e, una volta sciolto il papà come un gelato al sole, se l’è bevuto dandogli una splendida e convincente lezione: non è vero che tutto è politica (l’antico dogma sessantottino) e non è vero che la politica è tutto (il dogma comunista). Anzi, la vita che sta fuori dalla politica – per esempio un figlio - è molto, molto più grande e importante. E’ più bello veder crescere Edoardo che veder decrescere il Partito democratico. Meglio farsi “mangiare” (il proprio tempo, le proprie giornate) dal proprio bellissimo bimbo, che dal partito.

Solo qualche anno fa sarebbe stata una bestemmia. Il riflusso nel privato era una deriva piccolo borghese che non sarebbe mai stata perdonata. Il problema di Cofferati forse è che ama la musica e tutta la storia comincia da lì. Il vecchio Lenin aveva avvertito. Un giorno disse testualmente: “E’ l’ora in cui non è più possibile sentire la musica, perché la musica fa venire desiderio di accarezzare la testa ai bambini, mentre è venuto il momento di tagliargliela” (se qualcuno dubitasse della citazione fornisco il riferimento bibliografico: M. Gor’kij, “Lenin”, Editori Riuniti, Roma 1975, pp. 67-68).

Cofferati deve aver ascoltato troppa musica. E il bambino ha fatto perdere la testa a lui. A suo modo l’episodio segna un’epoca: la riabilitazione a Sinistra del padre di famiglia. L’ideologia vedeva in questa figura il simbolo del “piccolo borghese”. Péguy proclamò, al contrario, che il padre di famiglia era il vero eroe del nostro tempo. Perché simbolo dell’amore gratuito e della speranza. Ma l’ideologia non sopportava i padri. Doveva imporre un padrone, il Partito. Era una sorta di religione atea, che pretendeva di amministrare e dominare tutta l’esistenza degli individui. Si pretendeva di ficcarci dentro tutta la realtà.

Siccome c’era sempre qualcosa che dentro quella gabbia non ci stava, si provvedeva a cancellarlo dalla storia. Per esempio Dio. Un’altra cosa eccedente era il mondo degli affetti e si censurò sia l’amore che la famiglia come ferrivecchi borghesi che sarebbero stati travolti e superati nella “società” comunista.

Nel periodo staliniano il partito si frappose pure fra marito e moglie e si aveva terrore di essere denunciati addirittura dai familiari. I figli diventarono sostanzialmente proprietà del partito e specialmente in certi momenti o certi paesi, penso alla Cambogia di Pol Pot o alla Cina della “rivoluzione culturale” o alla Corea del Nord, si andò perfino al di là dell’orrenda frase di Lenin.

L’ideologia era disumana. Ma che significasse pure schizofrenia – perché troppe cose importanti restavano fuori - era chiaro fin dai tempi del vecchio Marx. Il quale scriveva il 21 giugno 1856 alla moglie: “Io mi sento di nuovo un uomo, perché provo una grande passione, e la molteplicità in cui lo studio e la cultura moderna ci impigliano, e lo scetticismo con cui necessariamente siamo portati a criticare tutte le impressioni soggettive e oggettive, sono fatti apposta per renderci tutti piccoli e deboli e lamentosi e irresoluti. Ma l’amore, non per l’uomo di Feuerbach, non per il metabolismo di Moleschott, non per il proletariato, bensì l’amore per l’amata, per te, fa dell’uomo nuovamente un uomo”.

Una lettera emblematica. Dove si vede che, a rispondere alla domanda più importante della vita, quella che Leopardi formulava così: “e io che sono?”, non era l’ideologia, ma l’amore, il volto di un “tu”. Nella lettera di Marx emergeva la schizofrenia fra il mondo dell’utopia e la realtà dove si muovono creature desiderose di amare e di essere amate, esseri umani capaci di male, incapaci di essere se stessi, ma sorpresi di trovare il proprio io e la propria felicità negli occhi della donna amata.

Don Giussani commentava le parole di Marx così: “come si può reggere una antropologia, come si può immaginare una concezione della storia che non nasca, investa e spieghi ciò che l’uomo fa ogni giorno?”. Infatti non ha retto. E’ crollata. Anche la nuova stagione dell’ideologia, quella scatenata dal ’68, naufragò proprio nell’oceano che separa l’utopia dalla drammaticità della vita quotidiana concreta dove – in attesa dell’utopico paradiso comunista – si cercavano le scorciatoie dei paradisi artificiali delle droghe o si sprofondava nella disperazione, alla ricerca del senso dell’esistenza. Si corse ai ripari teorizzando che anche il “personale” aveva un valore politico (era l’ideologia radicale). Ma si era incapaci di dare risposta davanti alla scoperta del male e anche al male di vivere.

Resta – come epitaffio di quella generazione – una lettera di un militante, pubblicata sul giornale “Lotta Continua” il 30 settembre 1977, all’indomani dell’ennesimo suicidio di un compagno. Diceva: “nel 1968 si affermava che ‘tutto è politica’. Lo si diceva dando alla frase semplicemente il significato opposto a quello che ha ora l’espressione ‘il personale è politico’. Voleva dire che per fare una rivoluzione si doveva rinunciare ai nostri bisogni personali, voleva dire nascondere i nostri sentimenti”.

Una volta allontanatasi la “rapida vittoria” iniziò il dolore di “riscoprire insieme le nostre individualità represse, ritrovare l’umiltà per parlare dei propri problemi” e diventò “facile rendersi conto di essere soli, a volte disperati”. La lettera continuava così: “Questa morte non è il frutto del caso. Egli è morto anche perché siamo stati ‘disumani’, tutti noi, Roberto incluso, vittime di un certo modo di fare politica. Disumano è stato mandare allo sbaraglio i compagni davanti alle fabbriche; è stato il modo in cui si sono trattati i compagni ‘silenziosi’… disumani sono stati i piccoli e grandi leader depositari del sapere e del potere; disumani sono stati i nostri rapporti ai cancelli con gli operai che per noi erano di volta in volta o fonti di notizie o lettori dei nostri volantini o persone cui spiegare la rivoluzione… Fra i tanti motivi che ci spingono a modificare il nostro comportamento politico e personale, c’è anche il desiderio che nessun compagno sia costretto più ad andarsene così; c’è il desiderio che tra la nostra splendida teoria piena di futuri paesi delle meraviglie e la nostra ‘squallida’ pratica quotidiana non si lasci più aperto un varco così grande dove un uomo possa perdersi”.

Vi è stato un poeta comunista, Louis Aragon, per il quale l’incontro (due mesi dopo aver tentato il suicidio, a Venezia) con la donna della sua vita, Elsa Triolet, ha significato uscire dalla disperazione e trovare la ragione dell’impegno politico. Elsa simbolizzava ogni amore, compreso quello per la patria e per gli sfruttati. Ma la più bella delle poesie a lei dedicata s’intitola “Non esistono amori felici”. E basta la prima strofa per capire: “Nulla appartiene all’uomo. Né la sua forza/ Né la sua debolezza, né il suo cuore. E quando crede/ di aprire le braccia, la sua ombra è quella di una croce/ e quando crede di stringere la felicità la stritola./ La sua vita è uno strano e doloroso divorzio./ Non esistono amori felici”.

E’ come se mancasse sempre il centro di gravità, qualcosa che sia capace di dare senso a tutto (senza censurare niente), all’essere padre e al fare politica, all’innamorarsi e all’impegno sociale, alla bellezza della musica, al vivere e al morire, qualcosa che dia valore pure al soffrire, che vinca il male personale e il male del mondo, senza la violenza dell’utopia e senza il cinismo della legge del più forte. Un “centro” che non sia travolto dal tempo che passa. Devo ancora dirvi che c’entra Dio. Ma di cosa abbiamo parlato finora?

Antonio Socci

Da “Libero”, 11 ottobre 2008

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sabato, 11 ottobre 2008

Peggiorate all'improvviso le condizioni della donna di 36 anni in coma da quasi 17
Finora vano l'intervento dei medici. Il padre le ha fatto visita in clinica

Eluana Englaro in fin di vita
"Condizioni gravissime"

di PIERO COLAPRICO

Eluana Englaro in fin di vita "Condizioni gravissime"

Eluana Englaro

LECCO - Sono peggiorate all'improvviso e gravemente le condizioni di salute di Eluana Englaro, la donna di 36 anni in stato vegetativo permanente da quasi diciassette anni. L'intervento dei medici, chiamati dalle suore misericordine che accudiscono la paziente, è per ora vano. Qualsiasi operazione sulla donna, date le condizioni critiche, potrebbe essere accanimento terapeutico, perché non porterebbe alcun miglioramento significativo nella non-vita di Eluana.

Un'emorragia interna sta compromettendo la situazione clinica di Eluana, secondo quanto ha confermato il professor Carlo Alberto Defanti, neurologo dell'ospedale Niguarda di Milano e medico curante della donna, ricoverata nella Casa di cura Beato Luigi Talamoni di Lecco. Per una strana vicenda del destino, mai nulla di grave le era accaduto in tutti questi anni. Ora la sua vita è appesa a un filo per una causa imprevista, diversa dalla sospensione dell'alimentazione forzata, al centro di una disputa giuridica che dura da una decina d'anni.

Le condizioni di Eluana sono gravissime. Il padre Beppino, che da anni si batte per una "morte dignitosa", si è recato in ospedale. Si è allontanato un'ora ed è poi tornato per stare accanto alla figlia. Secondo Franca Alessio, curatrice speciale della donna per la quale la Corte d'Appello civile di Milano ha autorizzato e poi congelato la richiesta di sospendere il trattamento di idratazione e alimentazione forzata, Eluana è "in fin di vita". "Sono andata a trovarla intorno alle tredici - ha raccontato - e le suore mi hanno detto che le sue condizioni sono gravissime. Ci si aspetta che possa spegnersi nel giro di poco tempo. Siamo in una fase critica. Aspettiamo solo il progredire della situazione" ha detto l'avvocato lasciando la casa di cura. "E' stato concordato con i medici di non fare trasfusioni - ha concluso - e non c'è stato un rifiuto da parte del padre".

"E' chiaro che la ragazza non sta bene, ora vedremo cosa succede" ha detto Vittorio Angiolini, legale della famiglia Englaro. "Che il padre sia andato a trovare Eluana è già accaduto altre volte - ha detto Angiolini - non è che sia qualcosa di eccezionale. Non so bene che cosa sia accaduto: sta male, ora vedremo cosa succederà".

"Di fronte a questo inaspettato e improvviso peggioramento, l'importante è che le decisioni da prendere siano lasciate al tutore. Dunque al papà Beppino" è stato il commento di Mario Riccio, l'anestesista che ha assistito Piergiorgio Welby. Quanto è avvenuto, ha aggiunto, "è un chiaro esempio dell'importanza della figura del fiduciario".

Per l'anestesista, assolto dall'accusa di aver aiutato a morire l'esponente radicale, "la situazione è radicalmente cambiata. Eravamo abituati a considerare statiche le condizioni di Eluana, ma ora il peggioramento conferisce realmente al padre la possibilità di decidere. Perché molti atti medici, altrimenti necessari per mantenere in vita chi viene colpito da emorragia cerebrale, nel caso di Eluana possono configurarsi come accanimento terapeutico".

giovedì, 09 ottobre 2008

Il sindaco di Bologna Sergio Cofferati ha ritirato oggi a sorpresa la propria candidatura per le elezioni cofferatipamministrative del 2009. "Una rinuncia -- ha spiegato l'ex segretario della Cgil durante una conferenza stampa --dettata da motivi prettamente privati", e dalla necessità di stare accanto al figlio nato un anno fa e alla compagna che vive a Genova. Cofferati aveva deciso per il bis appena quattro mesi fa, "fidando -- ha spiegato oggi -- sulle possibilità di gestire senza problemi insormontabili la mia famiglia". Nelle settimane successive, però, è arrivata la retromarcia, ufficializzata oggi dopo essere stata comunicata martedì al leader del Pd Walter Veltroni. "Nel corso di un mese e mezzo ho verificato il sacrificio che ricade sulla mia compagna e su mio figlio, un sacrificio enorme e insopportabile specie se proiettato su sei anni", ha spiegato il sindaco.

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domenica, 28 settembre 2008

Da www.repubblica.it

Intervista al sottosegreatrio Roccella dopo il dibattito con il padre di Eluana
"L'alimentazione e l'idratazione non possono considerarsi delle cure"

"Sì al testamento biologico ma la volontà deve essere chiara"

di CATERINA PASOLINI


"Sì al testamento biologico  ma la volontà deve essere chiara"

VIAREGGIO - La libertà di scegliere e rifiutare le cure, sancita dalla costituzione, non signfica il diritto a morire. Non esiste nella nostra legislazione. Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare con delega alla salute e parlamentare Pdl di area cattolica, non ha dubbi.

E il testamento biologico?
"C'è bisogno di una legge sulla fine della vita, è giusto che una persona possa esprimere le sue volontà per quando forse non sarà in grado di farlo, ma il consenso o il rifiuto a determinate cure deve essere informato. Deve decidere dopo aver parlato con un esperto in maniera approfondita e comunque il medico secondo me può rifiutarsi, può obiettare alle scelte del paziente perché forse domani ci sarà una cura. E comunque il volere deve essere scritto, non basta il sentito dire".

Eluana non può parlare.
"Ognuno elabora il dolore in modi diverso, non voglio entrare nel dolore dei familiari ma se quella sentenza facesse giurisprudenza, se passasse il principio che un giudice ricostruisce la mia volontà in base agli stili di vita, a quello che ho detto a 13 anni mi inquieterebbe. Altri potrebbero approfittare per interesse e staccare la spina".

Ma la costituzione stabilisce il diritto a rifiutare le cure.
"Sì, idratazione e nutrizione però non sono terapie secondo me, ma accudimento, sostegno vitale e quindi non sono rifiutabili, non si tratta di accanimento terapeutico. Si immagini se passasse questo principio cosa accadrebbe ad esempio alle giovani anoressiche che non voglion mangiare, i malati di Alzhaimer".

Eluana è in coma da anni, una non vita.
"Lo dice lei, si sa cosi poco, le conoscenze mediche cambiano in continuazione. Per questo stiamo facendo una consulta sugli stati vegetativi per poi dare linee guida alle regioni per le cure riabilitative".

Parla per esperienza?
"Ho curato a lungo mia madre che dopo un'operazione è andata in coma, quando ha riaperto gli occhi era come una bambina, non teneva neanche la testa dritta come un neonato. Ha dovuto ricominciare a imparare tutto".

Ma la qualità della vita?
"È un concetto che mi fa orrore, è consumistico. Comunque uno ha il diritto di rifiutare le cure se è lucido, Welby lo ha detto e ripetuto sino alla fine e così è stato ma credo che si abbia il dovere di cercare di trattenere chi se ne vuole andare. E il medico dovrebbe avere il diritto di obiettare alle scelte del malato".

E la sofferenza?
"Ecco, dobbiamo eliminare la sofferenza, non chi soffre e sulle cure paliative in italia siamo ancora indietro".

sabato, 27 settembre 2008

La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati "che rubano il lavoro"
Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 "i pendolari della fame"

2008, fuga dalla Campania
Ma lo Stato fa finta di nulla

dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI


2008, fuga dalla Campania Ma lo Stato fa finta di nulla

Immigrati che vivono in uno stabile fatiscente a Napoli

CASERTA - I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell'autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l'indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord.

Venti euro al giorno, in nero. Meno degli immigrati africani, o dell'Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c'è lavoro, niente. "Salire" però è un lusso. Chi "va via", chi "lavora su", acquista il diritto di credere in un imprevisto. "Il sottoproletariato marginale - dice Giovanni Laino, dell'Associazione Quartieri spagnoli di Napoli - è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni". Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale.

Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l'unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant'anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall'alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.

Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il "rinascimento campano" è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all'estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. "Più dei rifiuti - dice il sociologo Giovanni Sgritta - più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati".

Chi resta non ha alternative. Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all'usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. "Era un amico - dice - per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant'anni".

È in questo deserto che lo Stato consegna la Campania al "Sistema". La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare "pali", in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. "Ormai - dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana - solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell'abisso del razzismo".

Non è, purtroppo, un'emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. "I poveri sono anonimi e faticosi - dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia - e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell'opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l'Africa dell'Europa: con più violenza e meno dignità".

I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l'affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all'anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.

Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. "L'agghiacciante verità taciuta - dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d'Italia - è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità". Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla "questione meridionale", nessun aiuto concreto. L'Italia, con la Grecia, è l'unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L'unica ad aver cancellato ogni sostegno.

Finiti i soldi anche per l'assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l'esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l'ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. "Questa volta - dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio - i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti".

Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. "La Campania - dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità - non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d'opera clandestina e ammorbidire l'islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell'Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l'affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la "somalizzazione" del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all'esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere".

Dopo trent'anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l'agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. "L'immagine-simbolo - dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di "Gomorra" - è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all'evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l'emergenza cronica in povertà".

Eppure l'Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L'abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant'Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d'affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. "Per cibo, bollette, medicine e vestiti - dice - mi restano 4 euro al giorno". Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia.

"Il Paese - dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta - alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all'istruzione, finge che l'occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L'accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L'unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra".

La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. "Anche la solidarietà - dice la sociologa Enrica Morlicchio - è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste".

Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: "l'assalto ai forni", la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. "Il governo - dice Antonio Mattone della comunità di Sant'Egidio - non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest'anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l'Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia".

Come Marina. Da trent'anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un'encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L'altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l'hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. "Se l'assisto - dice - non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno".

Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. "La scure che sta tagliando il Paese - dice Marco Rossi Doria, maestro di strada - è la fine dell'interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell'italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l'economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l'arma dell'istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità".

Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un "allarme nazionale sui poveri". "Ogni settimana - dice il sociologo Enrico Rebeggiani - se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto".

Per questo, affrontare il cambiamento con l'emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. "Il Paese - dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus - deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l'Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell'arretratezza armata". In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel "basso" hanno aperto un'officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

(27 settembre 2008)

domenica, 21 settembre 2008

ilmattino-bigNon ho mai avuto la velleità di diventare un redattore del Mattino, mi basta la mia collaborazione da pochi pezzi al mese per farmi felice (veramente felice, era il sogno che avevo da bambino!) però ci sono colleghi bravissimi che da anni sono precari al giornale. Quando dico "precari da anni" intendo riferirmi a periodi superiori ai dieci anni con guadagni che si aggirano sui 3-400 euro netti al mese. Eppure, nonostante tutto questo, quando si libera un posto in redazione a nessuno viene in mente di darlo ad uno di loro. E' una ingiustizia profonda che fa venire anche meno la voglia di lavorare e fa perdere risorse importanti ad un giornale che ha bisogno di persone che hanno fatto gavetta e che hanno dimostrato di conoscere i trucchi del mestiere.

Su www.ilbarbieredellasera.it è stato pubblicato un bel post che racconta in maniera sarcastica quanto poco considerati siano i precari del Mattino. Buona lettura.

17.09.2008
Il Mattino. Non c'è trippa per precari
di Pseudoparagiornalista

Il buongiorno si vede dal Cdr

Nella redazione de Il Mattino il Cdr comincia a fare sul serio. Nella redazione di via Chiatamone siedono i precursori di ieri e i paladini di oggi, delle nuove norme poste a tutela dei "precari", in particolare freelance e collaboratori, che la FNSI vorrebbe far inserire nel nuovo CCNL. Tanto che alla FNSI hanno già deciso: in tutte le strategie future si prenderà ad esempio l'impegno de Il Mattino.

Le ragioni? Nei fatti. Lo scorso anno emerse in via Chiatamone la necessità di rimpinguare la redazione economica centrale con una nuova assunzione. Il Cdr prima ancora che affiorasse una qualche ipotesi, alzò delle barricate che bloccarono la circolazione stradale nel capoluogo e fino a Frattamaggiore. "I precari sono un patrimonio del giornale. E' giusto - tuonò il Cdr - e lo rivendichiamo con forza, che nelle assunzioni il direttore Mario Orfeo verifichi preliminarmente che non vi siano, tra i precari, colleghi in grado di ricoprire le carenze di organico. Su questo siamo irremovilibi".

Orfeo rimase impressionato dalla durissima presa di posizione. Ci pensò su e per non scontentare la redazione, avviò subito questa verifica preliminare ovviamente autocondotta, autogestita ed autocoordinata, con la diretta autosupervisione del direttore Orfeo. Conclusione: in tutto il parco di collaboratori e precari de Il Mattino, in tutte e cinque le province della Campania, nessuno capisce un tubo di economia. Percorso obbligato per il direttore in lacrime: l'assunzione fu fatta all'esterno. Al Cdr non rimase che allargare le braccia e rimuovere le barricate in via Chiatamone.

Manco il tempo per l'amministrazione di sbrigare i vari adempimenti legati all'assunzione, e per il collega economista di prender posto sulla sua nuova poltrona, che ecco aprirsi un nuovo buco in politica.

Orfeo, che evidentemente non riesce a tenere gli occhi ancorati tra quanti già lavorano per Il Mattino, già pensava in quale redazione attingere. Ma ecco che il Cdr stringeva accordi con i protestanti della monnezza e fermava la circolazione autostradale, aerea e ferroviaria a Napoli e in provincia. "No! - tuonò il rappresentante dei collaboratori nel Cdr - stavolta non si passa! L'assunzione tocca ad un precario. E se no che c...o di tutela blateriamo per i precari? Va a finire che non ci crederà neppure la Fnsi".

Nuovo tavolo di confronto e nuova intesa: una apposita commissione avrebbe preliminarmente verificato la sussistenza dei requisiti in capo a qualche collaboratore esterno. A far parte della commissione vengono nominati Mario Orfeo, Orfeo Mario e il direttore responsabile de "Il Mattino" nel ruolo di garante e supervisore.

La verifica anche in questo caso fu quanto mai flash: no, tra i collaboratori di Napoli, Benevento, Caserta, Salerno, Avellino, nessuno capisce un'acca di politica. Ineluttabile anche in questo caso il ricorso all'esterno. I rappresentanti del Cdr, in lacrime, hanno dovuto abbandonare ancora una volta il presidio.

Le lacrime non erano ancora asciutte quando dalla cronaca di Napoli fecero presente che urgeva un redattore in pianta stabile. "Stavolta assumo all'esterno", pensò Orfeo. Non importa se a Repubblica, al Gazzettino parrocchiale o al Corriere degli ammogliati. A costo di arrivare a Milano. L'importante è che l'assunzione sia dall'esterno.

"Niet - tuonò nuovamente il Cdr - uno corno! di qui non si passa. Stavolta è cronaca, l'abc di tanti collaboratori. Prima la verifica interna. Se no sti ragazzi come li motiviamo? E poi, via, c'è anche un discorso di correttezza, di trasparenza". "C'avete rotto con 'ste verifiche" pensò tra se e se Mario Orfeo.

Che anche stavolta però dovette attenersi ai desiderata del Cdr. "Nomino una commissione formata da me, da Mario Orfeo e dal direttore de Il Mattino", disse "che dovrà relazionare non oltre i sette giorni". Ne passò uno soltanto e la relazione fu di appena un rigo: nessuno tra i collaboratori de Il Mattino capisce un cavolo di cronaca. Ovviamente anche quest'assunzione fu fatta, non senza delusione e sofferenza, esternamente. 

Tanti collaboratori e freelance "ignoranti" de Il Mattino sono ovviamente passati ad altre testate, dove cureranno l'oroscopo, le previsioni del tempo e, i più preparati, il block notes degli appuntamenti. Maggiori aspirazioni non ne possono avere giacché per ben tre volte una qualificata commissione super partes ha accertato e certificato l'ignoranza assoluta in materia di cronaca, di economia e di politica (ma di che cavolo hanno scritto fino ad oggi? Bho!).

Ma nel panico, con loro, c'è anche il Cdr, che allorquando si parlerà di tutela dei precari nel rinnovo del CCNL, non avrà un solo interlocutore su cui far valere il proprio impegno e le proprie ragioni.

Meglio guardare ai contrattualizzati,  ha suggerito qualcuno. Del resto, come sindacato, non abbiamo mai saputo fare altro.

giovedì, 11 settembre 2008

Oggi propongo ai lettori del mio blog un'altra battaglia per cui vale la pena combattere, una di quelle che forse San Paolo avrebbe definite "buone battaglie". Invito tutti i miei colleghi giornalisti (ma non solo) ad aderire.

Una firma per Meris

Un gesto di umanità: “Datele la tessera di giornalista professionista”
Noi sottoscritti - giornalisti professionisti iscritti all’ordine e semplici cittadini - chiediamo all'Ordine Nazionale dei Giornalisti di rilasciare la tessera di giornalista professionista a Meris Andreani, giornalista della Repubblica di San Marino. Si tratterebbe di un atto di grande umanità nei confronti di una ragazza colpita da una grave malattia che lotta da anni per la vita. Sarebbe un gesto che potrà aiutare Melis a superare questo momento di crisi; un gesto di rispetto verso la dignità di una persona che lavora da anni come giornalista in uno Stato, dove non esiste un ordine dei giornalisti. Meris ha sempre desiderato la tessera di giornalista professionista. Purtroppo la malattia l'ha costretta più volte a rinunciare agli esami.

Lei mi ha scritto (settembre 2006): “Sono praticante dal 1999: alla faccia dei 18 mesi! Lavoro alla tivù di stato della Repubblica di San Marino, ma coincidendo gli esami con i cicli di radioterapia, non sono mai riuscita a sostenerli. Questa sessione [fine ottobre 2006] ci provo. Non ho alcuna speranza. Sarò sotto preparazione per la terapia. Sarò in assenza di metabolismo cerebrale, quindi rallentata nei movimenti... in tutto. Sono tentata di lasciar perdere tutto, nonostante i soldi spesi. Ma questa è la volta che sto meglio (pensa un po'!!) a confronto delle altre! Seguirò qualcuno dei tuoi consigli, ma sarà dura”.

Meris ci è andata nell’ottobre del 2006 a Roma, nonostante avesse chiesto di sostenere l’esame ad Ancona (lei è iscritta all’Odg delle Marche). Meris ci è andata sulla sedia a rotella. Meris è stata bocciata. Meris avrebbe ancora la possibilità di sostenere l’esame, ma la malattia glielo impedisce.

Una firma

Aiutarci in questa “impresa” è molto semplice. Mandate una mail all’Ordine Nazionale dei Giornalisti (odg@odg.it) oppure lasciate il vostro messaggio sul forum di www.micheleaglio.it.

Per info
Michele Aglio
info@micheleaglio.it

Giovanna Sisti
info@marchenews.it

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categoria:lavoro, giornalismo, ordine dei giornalisti, il barbiere della sera
lunedì, 08 settembre 2008

Benedetto XVI ha celebrato messa e Angelus di fronte a centomila fedeli
In prima fila il premier Berlusconi con il sottosegretario Gianni Letta

Il Papa a Cagliari: in Italia serve
nuova generazione politica cattolica


Il Papa a Cagliari: in Italia serve nuova generazione politica cattolica

CAGLIARI - In Italia serve una "nuova generazione" di politici cattolici, che abbiano "rigore morale" e "competenza". Lo ha affermato Benedetto XVI, durante la messa celebrata oggi a Cagliari, sul sagrato del santuario di Nostra Signora di Bonaria. Ad ascoltarlo centomila fedeli e, in prima fila, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il governatore della Sardegna, Renato Soru, e il sottosegretario Gianni Letta.

Nell'omelia il Papa ha esortato la Chiesa e i cattolici a tornare a "essere capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell'economia, della politica" che, ha sottolineato, "necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile".

Il Papa ha anche esortato i cristiani a "far sì che Cristo sia incontrato dai giovani, portatori per loro natura di nuovo slancio, ma spesso vittime del nichilismo diffuso, assetati di verità e di ideali proprio quando sembra negarli". Di giovani e ai giovani Ratzinger tornerà a parlare oggi pomeriggio, nell'incontro in programma in piazza Yenne.

I fedeli sardi hanno rivolto una calorosissima accoglienza a Benedetto XVI che dall'aeroporto di Elmas ha raggiunto il santuario di Nostra Signora di Bonaria in papamobile attraversando tra due ali di folla il centro della città e il lungomare. Grandi manifestazioni di affetto lo hanno accompagnato lungo tutto il percorso.

Papa Ratzinger è arrivato alle 9.30 con un aereo dell'Aeronautica Militare, a bordo del quale ha viaggiato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, che resterà accanto al Papa per l'intera giornata. A bordo pista, con il premier c'erano l'arcivescovo di Cagliari Giuseppe Mani, l'ambasciatore presso la Santa Sede Antonio Zanardi Landi, il presidente della Regione Renato Soru e il sindaco di Cagliari Emilio Floris. Tre bambine, Chiara, Valeria e Giorgia, hanno consegnato al Pontefice un bouquet di fiori avendone in cambio un grande sorriso e una carezza.

Da www.repubblica.it

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categoria:politica, religione, giornalismo, papa, parlamento, silvio berlusconi
venerdì, 29 agosto 2008

La prima notizia: Vittorio Messori, lo scrittore cattolico autore di bestseller venduti in tutto il mondo, l’intervistatore di due Papi, da un anno e mezzo è minacciato di morte. Lettere anonime, telefonate nel cuore della notte, «avvertimenti» sempre più espliciti, i vetri dell’auto mandati in frantumi più volte, con annesso biglietto per rendere chiaro il messaggio. La seconda notizia: dietro queste azioni di stampo mafioso - ne sono convinti gli inquirenti, che lo hanno invitato a non sottovalutare le minacce - non c’è la mano di qualche tardivo discepolo dei demolitori della storicità dei vangeli uscito di senno, che non ha perdonato a Messori le poderose e documentatissime opere apologetiche sul cristianesimo vendute come il pane ad anni di distanza dalla loro pubblicazione. C’è, invece qualche occulto comitato d’affari che non gli perdona di essersi impegnato per la salvaguardia dell’abbazia medievale di Maguzzano e dei terreni circostanti, nel Comune di Lonato. Un piccolo spicchio di verde, l’unico scampato dallo scempio della cementificazione, nel basso Garda.vittorio_messori2

Lo scrittore cattolico, che condivide questa battaglia con altri concittadini, tra i quali il cantautore Roberto Vecchioni, non è mai stato un ambientalista o un ecologista e ha sempre rifuggito il «politicamente corretto». «Ma non posso sopportare - confida al Giornale - vedere prati, boschi e ruscelli trasformati in capannoni o in residenze conigliera per villeggianti che trascorrono qui due settimane all’anno. Come direbbe Talleyrand: è più che un crimine, è un errore. Perché il buon senso vuole che si preservi questo “capitale” proprio per il turismo».

Messori si schermisce, non vorrebbe parlare delle minacce ricevute. «Non voglio fare l’eroe, ci ho riso sopra...», ma alla fine conferma: «Dopo essermi impegnato per far sì che i terreni che circondano l’abbazia e che costituivano l’antico Comune monastico di Maguzzano, non si trasformassero in aree da speculazione edilizia, in questa zona in cui il prezzo delle case è tra i più cari d’Italia, e dopo aver fornito al sovrintendente di Brescia una relazione storica basata sui documenti d’archivio, sono stato preso di mira. Mi sono esposto con interviste e dichiarazioni pubbliche, a nome del comitato che abbiamo formato per difendere Maguzzano. Così - spiega lo scrittore - hanno cominciato a scrivermi... ».

Tra le decine di lettere che inondano quotidianamente la sua cassetta postale, Messori ha ritrovato anche missive anonime, fatte ritagliando i titoli dei giornali. Prima l’invito a farsi i fatti suoi, a non interessarsi dei terreni di Maguzzano. Poi minacce sempre più pesanti, comprese quelle di morte. «Già due volte - aggiunge - hanno spaccato i vetri della mia macchina parcheggiata fuori dall’abbazia e, tanto perché fosse chiaro che non si trattava di una ragazzata né del solito tentativo di furto, mi hanno lasciato un biglietto dentro l’auto».

Per mesi lo scrittore ha taciuto. Poi, quando ha informato il comitato a cui partecipa, la notizia è stata segnalata dal Giornale di Brescia. «La mattina stessa mi ha chiamato il questore, sono venuti qui gli uomini della Digos, mi hanno vivamente consigliato di far denuncia e soprattutto di non prendere sottogamba le minacce. È stata investita della cosa anche la Direzione antimafia». Sì, perché la situazione nel Garda agiscono mafie nostrane e d’importazione. E la trasformazione di terreni agricoli in edificabili ne farebbe schizzare il prezzo alle stelle. Messori prossimamente sotto scorta? «Per carità! Proprio di no. L’unica scorta alla quale sono abituato è quella dell’angelo custode».

 

di Andrea Tornielli

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categoria:religione, giornalismo, criminalità, vittorio messori
mercoledì, 13 agosto 2008

La ginnastica, le uscite in carrozzina. E una valigia pronta

Lecco, una giornata nella stanza di Eluana - Dodici ore con il sondino per nutrirsi, 12 per dissetarsi

 

Eluana in una foto d'archivio
Eluana in una foto d'archivio

 LECCO — Eluana non dorme, ha gli occhi aperti. La tendina rossa che la separa dal corridoio si sposta, papà Beppino entra. Lo fa almeno una volta al giorno. Un bacetto. Il solito saluto, quello degli ultimi 16 anni. Che non cambia la realtà. «Bacio la figlia che ricordo, quella che si vede nelle foto». Casa di cura Lecco. Secondo piano, a destra, poi subito a sinistra. Suor Rosangela aggiusta il copriletto, glielo tira fin sopra la vita. Tapparelle abbassate, penombra. Fa caldo nella stanza, un corridoio, bagnetto, poi lo spazio per il letto, un comodino, sopra un bicchiere con qualche fiore rosso. Due orsacchiotti bianchi sulla testiera, ricordo di cugini gemelli. Foto e poster sulle pareti azzurre: mare e cavalli di un passato lontano, passioni e affetti in decine di immagini sotto vetro, che forse non guarda più nessuno.

Eluana spiritosa in hula hop; sorridente al timone di una barca; tenera con le scarpe del padre; bellissima in una recita scolastica. Infanzia felice, adolescenza impetuosa. La maturità, invece, è tutta lì, quello che si vede su un letto d’ospedale. Trentasette anni, la pelle da bambina. Eluana è dimagrita. Le braccia lungo il corpo, rilassate in un pigiama bianco, leggero; il volto è adagiato sulla guancia sinistra; dal naso spunta il sondino che la nutre, quello che, se la Cassazione rigetterà il ricorso della Procura generale, cesserà di funzionare. L’ultimo appiglio a una vita apparente, «che lei non avrebbe mai scelto». Lo ripete papà Englaro, con un ritornello che suona ormai come un disco rotto: «Era un purosangue della libertà, a dieci anni mi disse "che cosa c’entri tu con la mia vita?"». Sono le 16. Eluana sta mangiando. Il «cibo» scorre da una sacca su una piantana alla destra del letto, attraversa il sondino, le riempie lo stomaco. Un pranzo che dura 12 ore: tanto ci vuole per sfamarla.

E quando smette, alle 5 del mattino, arriva l’acqua. Stessa operazione, per altre 12 ore. Giornata intensa per suor Rosangela. Ora c’è da staccare il sondino «per mobilizzarla», un po’ di stretching a gambe e braccia, poi qualche colpo di mano a torace e schiena, per liberarle i bronchi; infine le gira il corpo, di fianco, prima a destra, dopo a sinistra. E ancora il sondino. In attesa della notte, dell’alba, del risveglio. Domani come sempre. Con i ritmi del convento. Alle 5 le pulizie quotidiane, alle 8 la ginnastica, alle 9 in pantaloncini e polo per la passeggiata in carrozzina. In giardino, tra i fiori. Ma non nelle ultime settimane, con le telecamere puntate dappertutto. Allora meglio un giro in corridoio, la sosta nello studio medico, mentre si fa cambiare l’aria alla cameretta. La routine di Eluana. Tra le visite di papà Beppino, e i battibecchi con Rosangela, la suora misericordina che l’accudisce. Un duello, ad armi pari. Ma dopo 14 anni insieme al secondo piano, forse, qualcosa è cambiato. «Nonostante tutto, Englaro non è un mostro. Ma dico che non si può far morire così una persona: è disumano. Io dico di aspettare, Eluana non vivrà altri 14 anni».

Quel decreto, l’ha letto bene. Non condivide la decisione, ma il resto non lo mette in dubbio: «C’è scritto quello che vedo ogni giorno: in 14 anni lei non è mai cambiata. Non ho mai incrociato il suo sguardo, non mi ha mai guardata». Il 9 luglio, giorno della sentenza, ha preso un treno ed è corsa in clinica. «Credevo che sarebbe andata via subito, così le ho preparato le valigie». I suoi oggetti personali: pigiami e camicie da notte, magliette e pantaloni per la ginnastica, tute e pile quando fa freddo. Anche una felpa rosa che le dona tanto. «Troppi vestiti. Lo dico sempre a sua madre di non comprare altro». La valigia è pronta. Il conto alla rovescia è già scattato. Anche se all’hospice fiorentino sembra essere tutto congelato, qui a Lecco l’ansia è forte. Ma c’è anche la speranza che il decreto venga sospeso: «Se dovesse andare altrimenti, comunque non faremo le barricate. Sapevamo fin dall’inizio che Eluana non sarebbe rimasta qui. Lei non appartiene a noi, ma a suoi genitori». «Non appartiene a nessuno» l’ha corretta una volta Englaro. Discussioni tra le mura dell’istituto, fuori il clamore. Che a volte arriva anche al secondo piano. Fino a pochi giorni fa, c’era ancora chi veniva a depositare bottigliette d’acqua davanti all’ingresso con manifesti contro l’eutanasia: poi suor Rosangela si è svegliata di notte e li ha strappati, la mattina ha cacciato quelli che li distribuivano: «Mi sono sentita dire che sono la suora dell’eutanasia, io ho risposto: «Ma non vi vergognate voi a manifestare qui?"». La tendina rossa si chiude. Ora Eluana deve dormire.

Grazia Maria Mottola
13 agosto 2008

martedì, 05 agosto 2008

Oggi è stata una bellissima giornata. Una giornata di lavoro ma non solo. Mi sono ammazzato di fatica, è vero, in un ufficio bello vuoto, ma ho avuto delle grandi soddisfazioni.

 

L’assessore ed il dirigente alle politiche sociali del Comune di San Giorgio a Cremano hanno chiesto al Sindaco Giorgiano che io potessi dare una mano per organizzare le attività estive per minori a rischio ed anziani in città. In pratica ci sto lavorando da quasi un mese ed oggi abbiamo visto i primi frutti.

 

Cinquanta bambini e ragazzi sono partiti alla volta del Magic World di Licola. Per loro acqua, tuffi e divertimento. Appartengono a famiglie economicamente disagiate e socialmente difficili. Sarebbero rimasti a casa, forse non avrebbero fatto un bagno per tutta l’estate. Il Comune ha dato loro questa opportunità, divertirsi, stare con gli altri e non sborsare neppure un centesimo. Splendido. “Che bello, da tanti anni non si organizzavano campi per minori” mi ha detto una madre, piena di gratitudine. Una gratitudine rivolta a me, ma che è destinata tutta al sindaco e all’assessore Luciana Cautela. magic world_1

 

E’ stato pubblicato oggi l’avviso pubblico che offre ad altri 150 bambini la possibilità di partecipare gratuitamente ai campi estivi in villa Bruno intitolati “Bambinincittà” già da lunedì prossimo e ad andare al Magic World l’ultima settimana di agosto. Ho predisposto una campagna di comunicazione alla grande (ogni altra informazione su www.e-cremano.it) e spero che arrivino tante richieste.

 

Infine gli anziani: nei prossimi giorni, grazie ai Fatebenefratelli, distribuiremo 420 biglietti per alcuni spettacoli a fine agosto. Inoltre stiamo lottando contro il tempo per varare un cartellone aggiuntivo, con poca spesa, a cavallo della festa dell’Assunta. Speriamo di riuscirci!

 

Insomma, sono tornato ad immergermi nelle politiche sociali, che è il mio habitat naturale. Giornate piene, intense. Non solo qualche ora da dedicare ai più bisognosi dopo aver scritto un comunicato o aver realizzato la rassegna stampa. Alla fine non c’è soddisfazione più grande di mettersi al servizio di chi è più debole. Come diceva santa Bernadette Soubirous “aiutare gli altri è un privilegio così grande che non merita nessun’altra ricompensa”.

 

Eppure oggi c’è chi ha tentato di rovinarmi la giornata. Non c’è riuscito, povero lui. Messaggi anonimi sul blog, telefonate, minacce, urla. Che è successo? A tutti i costi qualcuno, non ho capito chi, ha cercato di estrapolare dal contesto alcuni miei pensieri pubblicati su questo blog per mettermi in cattiva luce con Enzo Cuomo. Già, parliamo della vicenda Cuomo-Farroni. Qualcuno è stato più garbato, come il segretario cittadino del PD Giovanni Iacone, che mi ha chiamato per spiegarmi il suo punto di vista sulla vicenda. E’ stato civile e pacato come al suo solito ed anche se mi  è dispiace che si ricordi il mio numero cellulare solo per “cazziarmi” ho compreso pienamente il suo punto di vista e l’ho accolto. Altri invece, si sono divertiti a minacciarmi dicendo “che avrebbero informato della vicenda il Sindaco Giorgiano” (che niente c’entra, ma su qualcosa pure si dovevano appigliare…cosa c'entri poi il mio incarico professionale con il Comune di San Giorgio con le mie opinioni personali non l'ho ancora finito: forse hanno cancellato dalla Costituzione la libertà di espressione?). A chi mi ha offeso sul blog (poveretti, come li compatisco…) posso annunciare che domani pomeriggio saranno denunciati alla polizia postale, così imparano l’educazione.  

 

cuomo--140x180Ad Enzo Cuomo, a cui hanno fatto leggere solo quello che era più comodo, posso ribadire solamente quello che ho già scritto: cioè che di quanto accaduto tra lui e Farroni chi ha letto i giornali ha capito solo che c’è stato un litigio, ma nessuno ha capito perché. En passant si è capito che c’entrano i parcheggi: chi ha letto i giornali non ha capito perché. Mi sono stupito della sua veemente reazione contro Fernando così come mi sono stupito del comportamento di Fernando. Ho auspicato che venisse reso noto cosa c’era VERAMENTE dietro il litigio ed oggi sono riuscito a saperlo (e c’era bisogno di fare tutto questo casino??? Non bastava dire ai giornali che il Sindaco Cuomo si è molto offeso - a ragione- per delle becere illazioni personali sul suo conto???). Mi è dispiaciuto vedere nel PD porticese un livello così altro di conflittualità Altro non ho scritto e non ho detto.

 

Al di là di alcune divergenze, provo un grande affetto per Enzo Cuomo, che ho contributo a far eleggere nel 2004. Ad Enzo ho offerto più volte la mia collaborazione, da persona vicina al PD quale sono (e non l’ho mai negato). L’ultima volta gliel’ho ribadito durante un viaggio da Roma a Portici fatto insieme un paio di mesi fa. Credo che stia combattendo delle buone battaglie nell’interesse della città. Sta portando a Portici un fiume di finanziamenti sovraordinati. Senza dubbio molte delle sue politiche incideranno nella vita dei porticeli nei prossimi anni. Non tutto è eccellente, ma nell’amministrare una città complessa come Portici ci può stare.

 

Enzo non ha bisogno di servi sciocchi che per fare vedere quanto sono bravi a difenderlo lo facciano arrabbiare strumentalizzando quanto scritto su un blog letto, sì e no, da una trentina di visitatori al giorno. Mi dicono che oggi i miei post sono stati argomento di discussione al Comune di via Campitelli. Quanta tristezza, vuol dire che il livello di certe discussioni è proprio basso!

 

Eppure, se è necessario un gesto di buona volontà (me l’ha chiesto qualche amico ed io per gli amici faccio ogni cosa), allora quel famoso post lo cancello, comprese le minacce anonime ed offensive nei miei confronti (la denuncia farà comunque il suo seguito)… sicuro che queste al sindaco Cuomo nessuno le ha fatte leggere J    

martedì, 05 agosto 2008

Cari visitatori del mio blog, ci sono cose che non è giusto restino nell’oscurità e che devono essere portate alla luce… Così, dopo quindici giorni un utente anonimo decide di intervenire sulla vicenda Cuomo-Farroni (nonostante qualche castroneria e minacce simil-mafiose) e se lui vuole tornare sulla vicenda, chi sono io per impedirglielo? Ma vediamo cosa mi scrive…

 

Caro Michele....
Alcune considerazioni.
1) Come fa a parlare di stile chi in home page si definisce capo Ufficio Stampa di un Comune e poi insulta il sindaco di un'altra città e l'intera classe dirigente? Ti hanno chiesto di candidarti e tu lo spiattelli sul web e rispondi con il turploquio? e lo stile dov'è? A proposito, è questa la posizione ufficiale del Comune di San Giorgio, che tu rappresenti, sul livello di stile del Comune di Portici?
2) Gli atti dei parcheggi sono pubblici come tutti gli altri... se poi hai qualcosa da denunciare, fallo nelle sedi competenti...
3) Il sindaco Cuomo non è mai stato vicino a Montemarano, anche perchè non ha mai voluto fare il primario...
4) Portici e San Giorgio sono città che dovrebbero camminare insieme, ma i tuoi commenti, in qualità di autorevole esponente del Comune, rischiano seriamente di compromettere i rapporti: sii cauto!

 

Partiamo dall’inizio: nessuno si permetta di chiamarmi “caro” se non firma con il proprio nome. E’ questione di serietà e di buona educazione. Grazie.

 

Insisto: i miei amici Enzo Cuomo (a cui ho fatto una campagna elettorale e che conosco da quando ero rappresentante d’Istituto al liceo Quinto Orazio Flacco) e Fernando Farroni (mio compagno di scuola allo stesso liceo!) non ci hanno fatto bella figura. Fernando ha sbagliato a prendere a calci la porta del Sindaco (si chiamasse Enzo Cuomo o Gennaro Esposito), Enzo ha sbagliato a sfruttare questa occasione per un attacco di carattere personale basato sul fatto che Fernando ha un lavoro ottimamente retribuito e di prestigio in Regione. 

 

Gli atti dei parcheggi: non parlo di cose che non conosco. Non l'ho fatto prima, non lo farò adesso Qualcuno ha la coda di paglia? Fernando Farroni ha presentato una interrogazione su quel tema. Visto le voci che circolano in città sarei curioso anche io, da cittadino e dirigente del terzo settore locale (e quindi soggetto politico del mio territorio), di saperne di più visto che i giornali hanno lasciato cadere la questione. Amico anonimo, visto che sembra che tu sappia molto, illumini noi poveri mortali?

 

Meno male che Cuomo non ha mai voluto fare il primario!!! Visto che non è un medico ma un funzionario amministrativo sarebbe stata una cosa molto, molto grave… J

Ma poi, anonimo, tu chi sei? Il difensore di Enzo Cuomo? Il cavaliere mascherato che difende gli oppressi? Enzo è un politico di razza, uno dei migliori che abbia mai incontrato. Credimi, non ha bisogno di aiutini così pasticciati ed imbarazzati… Soprattutto perchè difendi Enzo Cuomo se il sottoscritto si è limitato a fare considerazioni di carattere generale e non lo ha attaccato? E poi perchè avrei dovuto attaccare il mio sindaco, appartenente al mio partito, a pochi mesi dal voto per delle comunali che ci devono vedere uniti? Mistero...

 

Ringrazio per la qualifica di “autorevole esponente del Comune di San Giorgio” ma, come qualsiasi persona che abbia un rudimento di diritto sa perfettamente, la rappresentanza è in capo esclusivamente alla parte politica. Io sono solo un semplice cittadino che vuole esprimere la propri opinione, ed un giornalista a cui piace che si faccia chiarezza sui temi che interessano alla gente. E non accetto che qualcuno mi metta un bavaglio. Soprattutto uno che non ha nemmeno le palle di firmarsi.   

P.s. Non mi riconosco nella politica della rissa. Con un PD con un così basso livello di democrazia e un clima così burrascoso confermo che non mi candiderò alle comunali, nonostante le pressanti richieste di tanti amici, che non finirò mai di ringraziare per la fiducia costantemente accordatami.

lunedì, 04 agosto 2008

Nella calura estiva di questi torridi giorni d’estate una notizia è rimbalzata su tutti i giornali ed ha particolarmente colpito la mia attenzione per come anche i colleghi della stampa hanno deciso di schierarsi, dando enorme risalto alla vicenda. Ecco qui di che parliamo:

 

(ANSA) - NAPOLI, 1 AGO - Partirà alle 20 la fiaccolata di solidarietà a Sant'Anastasia (Napoli) a favore della famiglia Miranda, per la vicenda di Sara. Sara e' la bimba marocchina affidata dalla madre alla famiglia napoletana per sette anni e ora in una casa famiglia. Tutto il paese si e' mobilitato a favore della famiglia Miranda che lotta per riavere la piccola che ora la madre naturale reclama. 'Per noi - spiegano i Miranda - e' importante sentire la vicinanza e la solidarietà del paese'.

corteo

 

Ricapitoliamo. Una bambina marocchina viene data in AFFIDAMENTO ad una famiglia italiana. Un tacito affidamento, senza carte scritte. La madre biologica, che probabilmente oggi ha migliorato la sua condizione psicologica, sociale ed economica, chiede che la bambina torni a stare con lei. La famiglia Miranda che fa? Decide che la bambina è ormai è loro, che in sette anni l’hanno “usucapita” e che è come se fosse loro figlia. Chi è questa donna che si permette ora di chiamarsi madre e che vuole portarla via? Così i Miranda chiedono il sostegno di Sant’Anastasia. E Sant’Anastasia scende in piazza per una fiaccolata. Duemila persone, forse di più. I compagni di classe di Sara. Le maestre. I consiglieri comunali. Tutti d’accordo, nessuna voce contraria: Sara deve rimanere a Sant’Anastasia.

 

Mi chiedo: che sarebbe successo se fosse stata una madre di Sant’Anastasia ad aver lasciato sua figlia in mano ad una famiglia marocchina sette anni fa. Ora non solo avremmo le piazze piene di gente che si chiederebbe come osa una famiglia di extracomunitari pretendere di tenere con sé una bambina italiana (con una chiara vena razzista) ma i fiumi di inchiostro si spenderebbero a favore della madre. In questa storia, cioè, non conta ciò che è giusto o che è sbagliato. Conta solo dove vive e chi è la persona che esige un diritto.

 

Un diritto assolutamente campato in aria. Perché la famiglia Miranda non ha adottato Sara. Ne è solo l’affidataria e pure senza alcuna carta scritta. Ha cioè accettato di tenere Sara con sé finchè i problemi della sua famiglia di origine non fossero stati risolti, cosa che è effettivamente avvenuta. I Mirando oggi esprimono una volontà che è del tutto umana e comprensibile, ma giuridicamente immeritevole di qualsiasi tutela. Mi viene in mente il caso di quella famiglia italiana che rapì (chiamiamo le cose con il proprio nome) una bambina bielorussa che era stata da loro a passare le vacanze estive. Anche allora i media italiani si schierarono dalla parte di chi diritti non ne aveva manco in lontananza.

 

C’è un’altra riflessione da fare: chi prende un bambino in affidamento sa da subito che il bambino non è “suo”. Che potrà essergli tolto in qualsiasi momento. Che è chiamato a dare amore senza poter chiedere nulla in cambio. Viene spiegato subito, si fanno dei corsi ad hoc, gli assistenti sociali ed i magistrati tutelari sono chiamati a farlo ben presente alle famiglie. Il fatto che qualcuno, con il passare degli anni, se lo sia scordi, è veramente odioso.


Sara al momento vive in una casa famiglia. Mi auguro che presto possa riabbracciare quella madre naturale che, lo dimostrano le vicende di questi giorni, l’ha sempre amata senza poterla tenere affianco. E che con lei possa iniziare una nuova vita.  

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giovedì, 31 luglio 2008

La Procura generale chiede di bloccare la sentenza sullo stop all'alimentazione forzata

Eluana, sì della Camera al conflitto
di attribuzione.

E la Procura fa ricorso

Passa la mozione che solleva il caso davanti alla Consulta. Il Pd non partecipa, Udc con la maggioranza

 

ROMA - La Procura Generale di Milano ha deciso di ricorrere in Cassazione contro il decreto della Corte d'Appello Civile sul caso di Eluana Englaro e ha chiesto di sospendere il provvedimento emesso che, altrimenti, sarebbe esecutivo in qualsiasi momento. Secondo la motivazione che accompagna la decisione, non è stata accertata con sufficiente oggettività l'irreversibilità dello stato vegetativo permanente della ragazza, che vive in coma vegetativo da 16 anni. Per questo la Procura generale si oppone alla sentenza pronunciata dalla corte d'Appello civile di Milano, e confermata in Cassazione, secondo la quale il padre della giovane, Beppino Englaro, può chiedere ai medici di interrompere il trattamento che tiene in vita Eluana. Il sostituto pg, Maria Antonietta Pezza, in accordo con il procuratore generale di Milano, Mario Blandini, ha così firmato e depositato il ricorso contro la decisione dei giudici. Un ricorso sofferto, sul quale - per quel che si sa - gran parte della Procura non era d'accordo. Il sostituto pg ha presentato anche un'istanza di sospensione del decreto di tre settimane fa, per bloccarne l'esecutività. Sulla richiesta di sospensiva sarà di nuovo la Corte d'Appello a doversi pronunciare.

Beppino Englaro, padre di Eluana (Ansa)
Beppino Englaro, padre di Eluana (Ansa)

SI' DELLA CAMERA A CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE - Nel frattempo, sempre sul caso Eluana, la Camera ha approvato la mozione per sollevare un conflitto d'attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte Costituzionale in merito alla vicenda. E' atteso per venerdì, invece il voto del Senato. Hanno votato a favore solo deputati del Pdl, della Lega e dell'Udc; contro hanno votato quelli dell'Idv. I deputati del Pd non hanno preso parte alla votazione.

LEGALE FAMIGLIA, «ANDIAMO AVANTI, NESSUNA SOSPENSIONE» - «Per noi la situazione oggi è uguale a ieri, e identica a tre settimane fa: la Corte d'Appello di Milano, come poi confermato dalla Cassazione, ha autorizzato il signor Englaro a porre fine alle sofferenze della figlia, ed è quello che farà quando lo riterrà opportuno, nè prima nè dopo». Così il legale della famiglia Englaro, Vittorio Angiolini, commentando il voto della Camera. E sulla decisione della Procura, è intervenuta invece la curatrice di Eluana, Franca Alessio: «Sono motivazioni sconcertanti. Già la Corte d'Appello - ha ricordato Alessio - nel suo decreto ha ritenuto che l'irreversibilità dello stato di Eluana fosse un fatto passato in giudicato. Durante un'udienza fui io stessa a proporre che il dottor Riccardo Massei o il dottor Carlo Alberto Defanti venissero a testimoniare sull'irreversibilità dello stato vegetativo, ma nessuno lo ritenne opportuno». «L'irreversibilità - ha aggiunto la curatrice speciale - non è più discutibile: lo riconoscono tutti, persino i medici della clinica dove Eluana è ospitata». Esprimendo il suo sconcerto per la decisione della Procura generale di Milano, Franca Alessio ha voluto comunque ribadire la scelta della riservatezza adottata dalla famiglia di Eluana. «Questa è e resta una questione privata - ha detto - e riguarda solo il caso specifico di Eluana Englaro. Siamo contrari a qualunque strumentalizzazione in senso differente».

LA LOGGIA, «PARLAMENTO HA DIRITTO DI LEGIFERARE» - A proposito del voto della Camera, invece, molte sono state le reazioni politiche. Per Enrico La Loggia, vice Presidente del Gruppo del Pdl a Montecitorio, «la decisione ha una valenza prettamente tecnica. Si tratta di stabilire, come da noi sostenuto, che il diritto di legiferare su questa, come su qualunque altra materia, appartiene al Parlamento, come prevede l'articolo 70 della Costituzione».

DI PIETRO, «STO CON I GIUDICI» - Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, difende la decisione della magistratura. «Se al Parlamento non va bene questa legge si assuma la responsabilità di cambiarla e non percorra la strada pilatesca e da don Abbondio di attaccare un magistrato che ha applicato una legge che già c'è», spiega Di Pietro.

QUAGLIARIELLO, «PDL NON METTE TESTA SOTTO SABBIA» - Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato, ha espresso grande soddisfazione per il voto favorevole della Camera a elevare il conflitto di attribuzione. Secondo Quagliariello il voto dimostra che il Pdl «non mette la testa sotto la sabbia» quando si tratta di affrontare tematiche che riguardano «il confine tra la vita e la morte, che si affacciano prepotentemente nella dimensione pubblica al punto da condizionare la stessa convivenza civile».

SORO, «CI VUOLE UNA LEGGE» - Il capogruppo democratico Antonello Soro ribadisce che «il Parlamentao non può lamentare la mancanza della normativa ma deve invece fare una legge che disciplini la parte finale della vita». «È del tutto privo di fondamento invece - aggiunge Soro - prendersela con i singoli magistrati che segnalano la mancanza della legge e operano in questo contesto». Il capogruppo democratico nega che ci sia una «spaccatura» nel Pd sul tema: «nessuna divisione chiediamo una legge e abbiamo già comunicato al presidente Fini di inserirla nella programmazione autunnale». Un intervento legislativo, secondo Soro, «consentirebbe di riaffermare con forza nel nostro ordinamento il divieto di ogni forma di eutanasia e di accanimento terapeutico, realizzando nel contempo l'alleanza terapeutica tra medico e paziente e l'equa distribuzione delle cure palliative».

BINETTI, BOBBA E CARRA, «SOFFERTA MEDIAZIONE, MA PD UNITO»- «Oggi il Pd con una sofferta mediazione ha offerto una importante manifestazione di unità e di compattezza non partecipando al voto sul conflitto di attribuzione». Lo affermano i deputati del Pd Binetti, Bobba, Carra, Calgaro, Lusetti, Mosella, Ria, Sarubbi. E aggiungono: «Vogliamo che Eluana viva, riconoscendo anche alla sua esistenza attuale il diritto a vivere e riaffermando che nessuno può assumersi la tragica responsabilità di togliere la vita ad un'altra persona».

mercoledì, 30 luglio 2008

Sporcano l'universo. Smettete di far figli

L’ultima dalla Gran Bretagna: fate meno bambini, perché inquinano…

L’ultima dalla Gran Bretagna: fate meno bambini, perché inquinano. Il British Medical Journal pubblica l’appello del professor John Guillebaud, professore emerito di Pianificazione familiare all’University College di Londra, che esorta i suoi connazionali di andarci piano, con la riproduzione:
«Un bambino che nasce nel Regno Unito produrrà gas serra in misura 160 volte maggiore a un bambino etiope», denuncia il docente emerito, e spiega che se si vuole lasciare un pianeta abitabile ai nipoti «è opportuno non avere più di due figli». In realtà, quest’ansia pare inattuale, visto che a oggi il tasso di fecondità delle inglesi è di 1, 8 figli per donna, dunque di un figlio a coppia, al massimo due, più o meno come nel resto d’Occidente.
Ma questo non soddisfa i professori dell’«Optimum population trust», dediti ad alacri brain storm (tempeste di cervelli) sulla potenzialità inquinante di quell’invadente animale chiamato uomo. Basta fare due conti: quanto latte in polvere, quanti omogeneizzati e relativi vasetti, quanto detersivo fa consumare ogni nuovo arrivato, mentre ci distrae con quel suo candido sorriso? E i pannolini, vogliamo parlare dei pannolini, sintetici e orribilmente antiecologici? Ogni neonato ne consuma almeno cinque al giorno, per due anni fanno 3650 pannolini da riciclare – senza contare che qualcuno tarda anche di più, a imparare a non farsela addosso. E poi, crescendo, tricicli, biciclette, computer, moto. Plastica, chip, carta, ed energia, e carburante: è una massa opprimente, a pensarci, ciò che consumerà ogni nuovo venuto – con quella sua aria falsamente innocente.
E dunque, dicono dalle aule austere dell’University College, piantatela di fare tanti bambini. Bucano l’ozono, rodono le foreste amazzoniche, surriscaldano il pianeta, squagliano i ghiacci del Polo. Occorre essere responsabili, e pianificare il figlio unico come modello corretto di Famiglia Ecologicamente Sostenibile.
Un’amenità, quella del British Medical Journal, da stampa di mezza estate, quando si tirano fuori dai cassetti i resti che finora non si è osato pubblicare? No, all’«Optimum population trust» fanno sul serio.
L’appello possiede una sua logica, anche se declinata all’estremo: quella di un ecologismo integralista, che individua nell’uomo il distruttore del pianeta, e si affanna a contrastarlo in difesa di un ideale di natura incontaminata, senza strade né case né fabbriche. Un pianeta di foreste vergini, e pinguini e gnu felicemente prolificanti: dove tutte le creature si riproducono liete, tranne l’homo sapiens. L’uomo, che produce gas, e scava discariche, e inquina i cieli – l’uomo, che sporca.
È un idolo la natura per questo ambientalismo, un Eden da restaurare, ma espellendo Adamo. Che è un animale, sì, ma fastidiosamente, ostinatamente diverso: animale che immagina e crea, sempre teso ad andare oltre ciò che ha ereditato dai padri. Come da un altro stampo ricavato. Certo, l’uomo, anche, distrugge. E tuttavia, dalle palafitte al Partenone, alla scoperta del Dna, non tutto il fare dell’uomo può essere ridotto a un parassitario depredare. Ma, l’idolatria di certo ambientalismo sta proprio in questa divinizzazione di una natura intangibile, in antitesi all’operare umano, quasi che del Creato fossimo gli intrusi.
Forse, se gli accorati appelli dei Guillebaud britannici e nostrani venissero integralmente raccolti, secoli dopo l’implosione demografica e il crollo dell’economia sui ruderi delle autostrade tornerebbero a verdeggiare le foreste, e i fiumi scorrerebbero trasparenti come al principio. Un pianeta di nuovo vergine e selvaggio. Peccato che a guardarlo, e a raccontarlo, e a domandarsi chi ha creato tutto questo, non ci sarebbe più nessuno.

di Marina Corradi
Avvenire 27 luglio 2008

postato da: micheleippolito alle ore 18:59 | Permalink | commenti (2)
categoria:ambiente, giornalismo, avvenire, il mondo alla rovescia
giovedì, 26 giugno 2008

Se mi chiedete chi è il mio giornalista preferito, vi chiederò a mia volta di chiarire se ci riferiamo alla tv o alla carta stampata. Per la "scatola magica" la mia risposta sarà semplice: Enrico Mentana. Per la carta stampata avrò varie opzioni ma alla fine sceglierò sempre e comunque Antonio Socci, che forse qualcuno di voi ricorda per la (deludente) conduzione di Excalibur su Rai2 e che altri conoscono per i suoi efficaci articoli su giornali come Libero o Il Foglio.  Voglio proporvi oggi proprio un articolo di Socci in cui si affrontano vari temi: la faciloneria di certi colleghi giornalisti, la voglia di tirare per la giacchetta il Papa da una parte o dall'altra seconda della propria utilità da parte di altri, la mistificazone delle notizie effettuata in maniera scientifica da altri ancora. E poi si parla di Berlusconi... e già questo è tutto un programma!!! Ma, alla fine, tutto torna al centro, dove si deve per forza posizionare l'ago della bilancia: la verità, anzi, stavolta la Verità. E' una lettura istruttiva. Lo è stato per me, spero lo sia pure per voi.

LA POLEMICA SU “BERLUSCONI E LA COMUNIONE” CI SVELA LA COSA PIU’ PREZIOSA PER NOI….

E’ buffo vedere i miei amici del Foglio d’accordo con l’Unità (perfino con Marco Travaglio) e con la Repubblica nel criticare l’esternazione di Berlusconi sulla comunione ai divorziati risposati. Tutti a fare i paladini dell’ortodossia dottrinale cattolica. Travaglio addirittura mescolando questa diatriba (sul divorzio e l’accesso ai sacramenti) con le polemiche delle stesse ore sulla Giustizia, così finendo per confondere peccati e reati (l’errore che in genere si rimprovera al fondamentalismo religioso).

C’è un aspetto comico in questo perché per una volta Berlusconi ha detto – morettianamente - “qualcosa di sinistra” (quante volte i progressisti hanno criticato la Chiesa che – a loro dire – escluderebbe i divorziati). Ma l’Unità, pur di non convenire col Cav, si mette a sbandierare le parole del Papa in prima pagina (ne sbandiera solo alcune però, estrapolandole e quindi stravolgendo il vero significato).

Poi, nella pagina dei commenti, lo stesso giorno l’Unità pubblica un editoriale dove, come al solito, si spara a zero su Benedetto XVI e lo si accusa di aver “accolto trionfalmente e da amico l’uomo, il grande nostro attuale presidente del Consiglio, la cui moralità indiscussa trionfa presso l’opinione pubblica di tutto il mondo”. Questa esecrazione moralistica dei pubblici peccatori da parte di gente che ritiene se stessa giusta, retta, onesta (e abilitata a giudicare i peccati altrui) ha un sapore molto familiare, perché è uno sport che tutti pratichiamo (io per primo), sui giornali e nella vita. Ma cosa vi ricorda l’uomo che sbandiera la propria rettitudine e giudica con disprezzo quel peccatore laggiù?

Facile! Ricorda la parabola del fariseo e del pubblicano raccontata da Gesù, il quale però concluse che fu il peccatore che si batteva il petto e stava a testa bassa a salvarsi, non l’ “uomo onesto” (che, si badi bene, era veramente una persona perbene, osservante della Legge, anche sinceramente impegnato).

Tutto questo ricorda anche le scandalizzate invettive di alcuni (non tutti) scribi e farisei contro Gesù reo di parlare con pubblicani e prostitute. Gesù, purissimo e buono, accetta anche l’invito a pranzo di pubblici peccatori, ha affetto per ciascuno di loro, e – con somma indignazione dei benpensanti – lascia che una povera donna di pessima fama gli baci i piedi bagnandoli con le sue lacrime di dolore. Erano in tanti a scandalizzarsi di questa libertà di Gesù dalle loro regole. Eppure a questi tali, a questa gente perbene, onesta e osservante della Legge, Gesù non risponde giustificandosi o arrampicandosi sui vetri, ma con un colpo da ko: “i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio” (Mt. 21,31). Doveva essere come un pugno nello stomaco (lo è pure per noi). E quando, secondo la Legge, pretendono di lapidare l’adultera e di avere il suo consenso, dice loro: “chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Silenzio generale, imbarazzo e poi, uno ad uno, se ne vanno. Un giorno fissando negli occhi questa gente perbene (che giudicava gli altri e li disprezzava come peccatori) scandisce queste parole: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità… Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?” (Mt. 23).

Si resta sinceramente sconcertati davanti a queste parole di fuoco di Gesù che tuona contro la gente perbene ed è invece dolce con i peccatori (che, in fin dei conti, sono davvero gente discutibile, gente che, come minimo, se l’è spassata). Non è che Gesù voglia invitare a essere peccatori, ma a essere umili e a non giudicare gli altri.

Perché, diciamo la verità, per ciascuno di noi i disonesti, i profittatori, gli opportunisti e i puttanieri (o le puttane) sono sempre “gli altri”. E ognuno di noi istintivamente si mette nel novero delle persone che fanno il proprio dovere, le persone perbene. Ebbene, i santi fanno l’esatto opposto. Un giorno frate Masseo chiede a frate Francesco: “perché a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che desideri di vederti, d'udirti, d'ubbidirti? Tu non sei un uomo bello nell’aspetto, tu non sei di grande scienza, tu non sei nobile; dunque perché a te tutto il mondo viene dietro?”. E Francesco: “Vuoi sapere perché a me tutto il mondo mi venga dietro? Questo io ho dagli occhi dell’Altissimo, che in ogni luogo contemplano i buoni e i rei: poiché quegli occhi santissimi non hanno veduto fra i peccatori nessuno più vile, nè più insufficiente, nè più grande peccatore di me; e perché per fare quell'operazione meravigliosa che egli intende fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra... cosicché si conosca che ogni virtù e ogni bene viene da lui e nessuna creatura si possa gloriare al suo cospetto”. Nel mondo alla rovescia che è il cristianesimo è meglio sentirsi nel novero dei peccatori. E mendicare grazia. Come diceva Péguy (un grande convertito che pure, per una sua situazione familiare complessa, non si avvicinava ai sacramenti): “le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia”. La morale le rende impermeabili. Al contrario di chi si riconosce miserabile: “Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori”. Anche quando Gesù è in croce, viene dileggiato da qualche osservante della Legge, e viene “riconosciuto” dal ladrone che doveva aver praticato addirittura la lotta armata. E Gesù lo salva. La grazia è arrivata al suo cuore, attraverso le ferite della sua vita, ma non al cuore di chi era corazzato con la sua superba moralità. E’ solo questo atteggiamento umile e mendicante che ci è chiesto.

Infatti il Papa, sull’accesso all’Eucaristia, non ha affatto detto “no tu no, che sei peccatore”, come qualcuno ha fatto credere. Ecco invece le sue splendide parole: “Quanti non possono ricevere la Comunione in ragione della loro situazione, trovano comunque nel desiderio della Comunione e nella partecipazione all'Eucaristia una forza e un'efficacia salvatrice”.

Padre Pio raccomandava questa “comunione spirituale” ricordata dal Papa e considerata dal Concilio di Trento uno dei modi di comunicarsi (la Santa Messa peraltro è una forza di trasformazione e di salvezza per tutti, non solo per chi si comunica sacramentalmente). Basta sentire la fame e la sete di Lui. Mi sembra che nelle parole di Berlusconi (che in effetti ha sbagliato tono, dando l’impressione di pretendere) trasparisse il dolore e il desiderio di cui parlava il Papa. E la risposta del Pontefice è stata positiva e paterna, per i tanti che si trovano in questa stessa condizione.

Questo episodio illumina il cuore del cristianesimo che il moralismo imperante ha quasi oscurato. Don Giussani lo spiegava così: “Cristo è amabile da noi esattamente così come siamo”.

Peccatori, incoerenti, poveracci: né il limite nostro, né quello altrui può impedirci di volergli bene. E’ solo questo che Gesù ci chiede. Lui farà il resto. Dopo che Pietro lo rinnegò tre volte e poi pianse, quando Gesù, risorto, torna fra i suoi, non si mette a chieder conto del tradimento o a rimproverarlo: “Non ha detto: non peccare, non tradire, non essere incoerente. Non ha toccato nulla di questo. Ha detto: Simone, mi ami tu?”. Solo questo conta, non la nostra coerenza, ma l’affezione a Lui. La commozione al ricordo di Lui che ci ama così come siamo. Don Giussani ci scioglieva il cuore quando spiegava: “Cristo è colui che si compiace di noi, di me, dice san Pietro piangendo. Cristo è colui che si compiace di noi, di me, dice la Maddalena, la Samaritana, l’assassino. Cristo è colui che si compiace di me, e perciò mi perdona. Mi ama e mi perdona”.

Antonio Socci

postato da: micheleippolito alle ore 19:08 | Permalink | commenti
categoria:politica, religione, antonio socci, giornalismo, papa
martedì, 24 giugno 2008

Eccoli qua i paladini dei poveri e degli indifesi. Quelli che reclamano diritti per le donne. Quelli che pontificano, mentre contano i soldi nei loro lussuosi studi medici, sulla giustezza del lasciare o togliere la vita. Quelli che vogliono solo aiutare chi è in difficoltà e poi abusano del loro potere psicologico. Ci sono tante lezioni da trarre da questa triste storia, ognuno le valuterà da solo. Già tornare a riflettere su cosa è l'aborto oggi in Italia sarebbe una buona cosa.

Napoli, praticavano aborti illegali fermati tre medici e un'infermiera


Napoli, praticavano aborti illegali fermati tre medici e un'infermiera

NAPOLI - Tre medici e un'infermiera sono stati fermati a Napoli con l'accusa di aver praticato aborti clandestini. Sono ritenuti responsabili di aver violato la legge 194 e di aver messo in piedi un'associazione a delinquere per praticare interruzioni di gravidanza illegali, in ambiente non ospedaliero e anche oltre il limite imposto per legge della dodicesima settimana.

I carabinieri del Comando Provinciale hanno eseguito i provvedimenti di fermo emessi dalla Procura partenopea nei confronti dei ginecologi Achille Della Ragione, 61 anni, e Luigi Langella, 57 anni, in servizio nel reparto di ostetricia dell'ospedale San Paolo di Napoli, dell'anestesista Vincenzo Grillo, 68 anni, e della segretaria di Langella, Maria Cristina Pollio, 54 anni, che a volte svolgeva mansioni di infermiera. Langella è inoltre indagato per violenza sessuale. Avrebbe costretto una donna straniera che si era rivolta a lui per un aborto illegale ad avere un rapporto sessuale in cambio di uno sconto.

Le indagini - che sono scaturite da un'inchiesta del quotidiano Il Mattino e partite dopo la denuncia da parte di un medico napoletano di aborti fuorilegge praticati da alcuni colleghi - hanno svelato che i quattro utilizzavano lo studio privato di Langella per le interruzioni di gravidanza illegali. Per questo l'ospedale San Paolo, in cui il ginecologo è responsabile del servizio Ivg, risulta del tutto estraneo alle accuse. A smistare le pazienti a Langella era Della Ragione, già coinvolto in passato in indagini sull'aborto clandestino e ora, fanno sapere i pm, "non più in servizio per i suoi gravi trascorsi giudiziari". A lui gli inquirenti hanno attribuito il vero e proprio ruolo di procacciatore di clienti per il collega, grazie anche alla sua "pregressa fama di abortista".

Nel tariffario i prezzi variavano da 500 a 2.500, anche 3.000 euro, nei casi di particolare riservatezza. Le donne che si sottoponevano all'aborto entro il terzo mese erano ricoverate in day hospital, mentre quelle per cui il limite del terzo mese era superato venivano mandate all'estero, in cliniche inglesi o spagnole. Le interruzioni di gravidanza erano praticate senza accertamenti preventivi e senza garanzie sanitarie, anche in anestesia totale con un aumento del prezzo.

Da: www.repubblica.it

postato da: micheleippolito alle ore 22:35 | Permalink | commenti (1)
categoria:giornalismo, aborto
sabato, 14 giugno 2008

Io amo essere un giornalista. E' quello che volevo fare fin da bambino. Non molte persone riescono, da grandi, a diventare quello che volevano essere da piccoli!!! E' un lavoro spesso sacrificato ed i miei colleghi che lavorano nelle redazione lo sanno benissimo, ma riesce a dare grandi soddisfazioni. Oggi ne ho avuto una, con un mio articolo pubblicato sull'edizione nazionale del Mattino, nella prima pagina del dorso napoletano, in una ottima posizione. Ho scritto su una notizia interessante e curiosa, che ho fornito in esclusiva al giornale, e che ho ho raccontato con grande piacere ed amore per questo lavoro. E' una storia bella, una piccola favola dei nostri giorni. Sì, in giorni come questo sono proprio orgoglioso di essere un giornalista e di poter raccontare alla gente non solo omicidi, furti, rapine e palazzi che crollano, ma anche vicende a lieto fineNapolitano con Peppe Ballo.

Michele Ippolito «Caro Giorgio, tu sei bravissimo e preparatissimo: un giorno diventerai presidente della Repubblica. Quando ciò accadrà mi farebbe piacere essere invitato a visitare il Quirinale». Quando Peppe Ballo, il factotum del Pci, poi del Pds, poi dei Ds di San Giorgio a Cremano scrisse queste parole in un messaggio consegnato a Giorgio Napolitano oltre dieci anni fa, mai avrebbe pensato che il suo desiderio si sarebbe tramutato in realtà. Invece ieri Peppe, insieme alla moglie, è stato ricevuto con tutti gli onori dal Presidente. Eppure Ballo non è un capo di Stato e neppure un diplomatico: è un semplice militante di partito che per Napolitano ha sempre nutrito un particolare affetto. Qualche settimana fa è squillato il telefono a casa di Peppe. «Pronto, qui è la segreteria del Quirinale» ha detto una donna dall’altro capo della cornetta. Peppe, uomo semplice, andato in pensione dopo una vita di lavoro nel sindacato, ha pensato a uno scherzo ma la voce femminile ha proseguito: «Il Presidente ha trovato tra le sue carte il suo messaggio e si è ricordato di lei. Si scusa per il ritardo con cui le risponde e vorrebbe invitarla al Quirinale per farle vedere il palazzo e i giardini». E a Peppe Ballo è tornato in mente quel foglietto scritto a penna e consegnato a Napolitano a metà anni Novanta, a margine di uno dei tanti convegni che il partito organizzava a San Giorgio: non ci pensava ormai da moltissimo tempo. «Gli avevo scritto - ricorda adesso - che lui aveva la statura morale e politica nonché le competenze per ricoprire la carica più alta dello Stato». Così ieri mattina alle 11,30 Peppe Ballo e la consorte si sono presentati al Quirinale. E il vecchio militante, commosso, ha incontrato Napolitano. Pochi minuti, tanta emozione. E dopo la premonizione, un invito: «Caro Giorgio, vieni a trovarci, a San Giorgio ci sono tanti amici che ti aspettano».

Infine, una nota simpatica: Ieri pomeriggio ho avuto anche il piacere di ricevere una telefonata dal Quirinale: era la segretaria di Giorgio Napolitano che mi chiedeva di girarle l'articolo "perchè il Presidente avrebbe il piacere di leggerlo prima che esca sul giornale." Cose che non capitano tutti i giorni...

postato da: micheleippolito alle ore 16:55 | Permalink | commenti (3)
categoria:giornalismo, il mattino