domenica, 24 agosto 2008

bimbi_romAppena tornato da Lourdes... Ma su questo mio viaggio (l'undicesimo verso la città mariana in altrettanti anni) mi soffermerò nei prossimi giorni. Ora vorrei raccontarvi una cosa divertente.

Sono impegnato nel servizio d'ordine di una cerimonia del pellegrinaggio dei gitani, quelli che noi chiamiamo volgarmente "zingari". Giacca e cravatta, stile serio e composto, seppure armato di grandi sorrisi. Come sapete, in Italia, quando un bambino piange, gli si dice "smettila altrimenti ti faccio venire a prendere dagli zingari". L'altro giorno, il mio mondo è stato sovvertito. Uscendo dalla grotta dove apparve la Vergine, un rom si gira verso di me e dice in francese alla figlia di pochi anni che piange "smettila, altrimenti ti faccio portar via da questo signore". Sono sicuro che c'è una morale in questa storia. Io ci sto riflettendo. Vediamo se la trovate voi.  

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categoria:barzelletta, immigrazione, razzismo, rom , lourdes, il mondo alla rovescia
lunedì, 04 agosto 2008

Nella calura estiva di questi torridi giorni d’estate una notizia è rimbalzata su tutti i giornali ed ha particolarmente colpito la mia attenzione per come anche i colleghi della stampa hanno deciso di schierarsi, dando enorme risalto alla vicenda. Ecco qui di che parliamo:

 

(ANSA) - NAPOLI, 1 AGO - Partirà alle 20 la fiaccolata di solidarietà a Sant'Anastasia (Napoli) a favore della famiglia Miranda, per la vicenda di Sara. Sara e' la bimba marocchina affidata dalla madre alla famiglia napoletana per sette anni e ora in una casa famiglia. Tutto il paese si e' mobilitato a favore della famiglia Miranda che lotta per riavere la piccola che ora la madre naturale reclama. 'Per noi - spiegano i Miranda - e' importante sentire la vicinanza e la solidarietà del paese'.

corteo

 

Ricapitoliamo. Una bambina marocchina viene data in AFFIDAMENTO ad una famiglia italiana. Un tacito affidamento, senza carte scritte. La madre biologica, che probabilmente oggi ha migliorato la sua condizione psicologica, sociale ed economica, chiede che la bambina torni a stare con lei. La famiglia Miranda che fa? Decide che la bambina è ormai è loro, che in sette anni l’hanno “usucapita” e che è come se fosse loro figlia. Chi è questa donna che si permette ora di chiamarsi madre e che vuole portarla via? Così i Miranda chiedono il sostegno di Sant’Anastasia. E Sant’Anastasia scende in piazza per una fiaccolata. Duemila persone, forse di più. I compagni di classe di Sara. Le maestre. I consiglieri comunali. Tutti d’accordo, nessuna voce contraria: Sara deve rimanere a Sant’Anastasia.

 

Mi chiedo: che sarebbe successo se fosse stata una madre di Sant’Anastasia ad aver lasciato sua figlia in mano ad una famiglia marocchina sette anni fa. Ora non solo avremmo le piazze piene di gente che si chiederebbe come osa una famiglia di extracomunitari pretendere di tenere con sé una bambina italiana (con una chiara vena razzista) ma i fiumi di inchiostro si spenderebbero a favore della madre. In questa storia, cioè, non conta ciò che è giusto o che è sbagliato. Conta solo dove vive e chi è la persona che esige un diritto.

 

Un diritto assolutamente campato in aria. Perché la famiglia Miranda non ha adottato Sara. Ne è solo l’affidataria e pure senza alcuna carta scritta. Ha cioè accettato di tenere Sara con sé finchè i problemi della sua famiglia di origine non fossero stati risolti, cosa che è effettivamente avvenuta. I Mirando oggi esprimono una volontà che è del tutto umana e comprensibile, ma giuridicamente immeritevole di qualsiasi tutela. Mi viene in mente il caso di quella famiglia italiana che rapì (chiamiamo le cose con il proprio nome) una bambina bielorussa che era stata da loro a passare le vacanze estive. Anche allora i media italiani si schierarono dalla parte di chi diritti non ne aveva manco in lontananza.

 

C’è un’altra riflessione da fare: chi prende un bambino in affidamento sa da subito che il bambino non è “suo”. Che potrà essergli tolto in qualsiasi momento. Che è chiamato a dare amore senza poter chiedere nulla in cambio. Viene spiegato subito, si fanno dei corsi ad hoc, gli assistenti sociali ed i magistrati tutelari sono chiamati a farlo ben presente alle famiglie. Il fatto che qualcuno, con il passare degli anni, se lo sia scordi, è veramente odioso.


Sara al momento vive in una casa famiglia. Mi auguro che presto possa riabbracciare quella madre naturale che, lo dimostrano le vicende di questi giorni, l’ha sempre amata senza poterla tenere affianco. E che con lei possa iniziare una nuova vita.  

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mercoledì, 30 luglio 2008

Sporcano l'universo. Smettete di far figli

L’ultima dalla Gran Bretagna: fate meno bambini, perché inquinano…

L’ultima dalla Gran Bretagna: fate meno bambini, perché inquinano. Il British Medical Journal pubblica l’appello del professor John Guillebaud, professore emerito di Pianificazione familiare all’University College di Londra, che esorta i suoi connazionali di andarci piano, con la riproduzione:
«Un bambino che nasce nel Regno Unito produrrà gas serra in misura 160 volte maggiore a un bambino etiope», denuncia il docente emerito, e spiega che se si vuole lasciare un pianeta abitabile ai nipoti «è opportuno non avere più di due figli». In realtà, quest’ansia pare inattuale, visto che a oggi il tasso di fecondità delle inglesi è di 1, 8 figli per donna, dunque di un figlio a coppia, al massimo due, più o meno come nel resto d’Occidente.
Ma questo non soddisfa i professori dell’«Optimum population trust», dediti ad alacri brain storm (tempeste di cervelli) sulla potenzialità inquinante di quell’invadente animale chiamato uomo. Basta fare due conti: quanto latte in polvere, quanti omogeneizzati e relativi vasetti, quanto detersivo fa consumare ogni nuovo arrivato, mentre ci distrae con quel suo candido sorriso? E i pannolini, vogliamo parlare dei pannolini, sintetici e orribilmente antiecologici? Ogni neonato ne consuma almeno cinque al giorno, per due anni fanno 3650 pannolini da riciclare – senza contare che qualcuno tarda anche di più, a imparare a non farsela addosso. E poi, crescendo, tricicli, biciclette, computer, moto. Plastica, chip, carta, ed energia, e carburante: è una massa opprimente, a pensarci, ciò che consumerà ogni nuovo venuto – con quella sua aria falsamente innocente.
E dunque, dicono dalle aule austere dell’University College, piantatela di fare tanti bambini. Bucano l’ozono, rodono le foreste amazzoniche, surriscaldano il pianeta, squagliano i ghiacci del Polo. Occorre essere responsabili, e pianificare il figlio unico come modello corretto di Famiglia Ecologicamente Sostenibile.
Un’amenità, quella del British Medical Journal, da stampa di mezza estate, quando si tirano fuori dai cassetti i resti che finora non si è osato pubblicare? No, all’«Optimum population trust» fanno sul serio.
L’appello possiede una sua logica, anche se declinata all’estremo: quella di un ecologismo integralista, che individua nell’uomo il distruttore del pianeta, e si affanna a contrastarlo in difesa di un ideale di natura incontaminata, senza strade né case né fabbriche. Un pianeta di foreste vergini, e pinguini e gnu felicemente prolificanti: dove tutte le creature si riproducono liete, tranne l’homo sapiens. L’uomo, che produce gas, e scava discariche, e inquina i cieli – l’uomo, che sporca.
È un idolo la natura per questo ambientalismo, un Eden da restaurare, ma espellendo Adamo. Che è un animale, sì, ma fastidiosamente, ostinatamente diverso: animale che immagina e crea, sempre teso ad andare oltre ciò che ha ereditato dai padri. Come da un altro stampo ricavato. Certo, l’uomo, anche, distrugge. E tuttavia, dalle palafitte al Partenone, alla scoperta del Dna, non tutto il fare dell’uomo può essere ridotto a un parassitario depredare. Ma, l’idolatria di certo ambientalismo sta proprio in questa divinizzazione di una natura intangibile, in antitesi all’operare umano, quasi che del Creato fossimo gli intrusi.
Forse, se gli accorati appelli dei Guillebaud britannici e nostrani venissero integralmente raccolti, secoli dopo l’implosione demografica e il crollo dell’economia sui ruderi delle autostrade tornerebbero a verdeggiare le foreste, e i fiumi scorrerebbero trasparenti come al principio. Un pianeta di nuovo vergine e selvaggio. Peccato che a guardarlo, e a raccontarlo, e a domandarsi chi ha creato tutto questo, non ci sarebbe più nessuno.

di Marina Corradi
Avvenire 27 luglio 2008

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domenica, 20 luglio 2008

englaro_eluanaOgni tanto bisogna credere a chi dice che ormai il mondo va alla rovescia. Come spiegare altrimenti l'insensato attacco di Liberazione, quotidiano ufficiale del Prc, alle suore che con amore curano Eluana Englaro? Laddove neppure i familiari di Eluana vogliono arrivare, cioè mantenere in vita una ragazza che è viva, dorme, si sveglia, viene nutrita, apre e chiude gli occhi, alcune religiose continuano a non mollare. Con amore. Con gratuità. Eppure la fragilità di Eluana a molti continua a dare fastidio. C'è chi si occuperà di lei, qualsiasi cosa accada. Ma allora, perchè ucciderla togliendole alimentazione ed idratazione? Ancora una volta Antonio Socci ci dà degli spunti per riflettere. Buona lettura.

A proposito di Eluana Englaro, ieri La Stampa, in prima pagina, pubblicava l’articolo di Marina Garaventa che vive “più o meno nella stessa situazione in cui era Piergiorgio Welby”. A un certo punto la signora Garaventa si rivolge polemicamente a chi difende il diritto alla vita di Eluana e scrive: “propongo a questi signori di prendersi un anno sabbatico e offrirlo a Eluana: passare con lei giorni e notti, lavarla, curarle le piaghe, nutrirla, farla evacuare, urinare, girarla nel letto, accarezzarla, parlarle nell’attesa di una risposta che non verrà mai”.

E’ una provocazione salutare (NOTA 1). Ma forse la signora Garaventa non lo sa: ci sono suore, donne cristiane, che per Eluana stanno già facendo tutto questo da 14 anni, in silenzio e con gioia, e chiedono solo di poter continuare ad amarla. Suor Rosangela – leggo in una cronaca del Corriere - la conosce così bene da “intuire all’istante se ha mal di pancia o mal d’orecchio”. Eluana ogni mattina viene “alzata da letto, lavata, messa in poltrona. Quotidianamente la portiamo in palestra dove c’è un fisioterapista che le pratica la riabilitazione passiva”. Poi c’è la musica, le passeggiate in giardino e “qualche volta, soprattutto se le parla suor Rosangela, muove gli occhi”.

Proprio queste suore, queste fantastiche e umili donne del Cielo, senza fare alcuna polemica, senza lanciare “guerre ideologiche”, con dolcezza hanno detto: “vorremmo tanto dire al signor Englaro, se davvero la considera morta, di lasciarla qui da noi. Eluana è parte anche della nostra famiglia”. Le suore per tutti questi anni si sono prese cura di lei “come di una figlia”. Esprimono il “massimo rispetto” per “la sofferenza dei genitori di Eluana”, ma “con discrezione” chiedono loro di poter continuare ad accudirla e amarla. “Liberazione”, giornale di Rc, parla di Eluana come di “un corpo”. Invece la suora dice: “Per noi è semplicemente una persona e viene trattata come tale… E’ una ragazza bellissima”. L’editoriale di “Liberazione”, firmato da Angela Azzaro, ha dell’incredibile. Esordisce accusando la Chiesa di essere venuta meno al sentimento della pietas, “quel sentimento che ci rende partecipi del dolore e delle sofferenze altrui, che non ci fa girare le spalle, ma ci aiuta a uscire dall’egoismo, dal nostro bieco interesse”.

Con questa surreale premessa la Azzaro sentenzia: “Il massimo gesto di crudeltà lo hanno compiuto le suore Misericordine presso cui Eluana si trova. Conoscono il padre. Dicono di rispettarlo. Ma gli hanno chiesto di lasciare lì il corpo della figlia. Come se niente fosse. Come se in tutti questi anni la sua vita non fosse stata appesa a un filo, il filo che tiene in vita un corpo non più senziente e che a lui ha impedito di pensare ad altro, di elaborare il lutto, di ripensare forse più serenamente agli occhi di Eluana quando capivano”.

Viene da chiedersi se il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, non pensa di dover chiedere scusa per questo editoriale intitolato “Il sadismo alla scuola di Benedetto” ? E cosa ne pensano i Bertinotti e i Vendola? Le povere suore bersagliate dall’articolista non hanno sequestrato Eluana: fu portata lì dal padre e dalla madre nel 1994 perché era nata lì. Le suore rimasero perplesse, non sapevano se erano in grado di assisterla. Poi si resero conto che aveva bisogno solo di essere alimentata e amata, accudita come una bimba, e la presero nella loro famiglia, con tenerezza e dedizione.

Queste donne umili, che per 14 anni, in silenzio, l’hanno amata, lavata, alimentata, aiutata, meritano di prendersi lo schiaffo di “Liberazione” che parla di “crudeltà”? Le suore non impongono nulla, non sono loro a disporre della sorte di Eluana, né possono o vogliono trattenerla: hanno semplicemente dichiarato che sarebbero liete di continuare a prendersi cura di lei. Con discrezione e semplicità, rispettando tutti. Queste povere donne non hanno potere di decisione, hanno solo il loro amore da offrire. Ebbene secondo il “giornale comunista” (così si definisce), questo è “il massimo gesto di crudeltà”.

Sarebbe questa la cultura laica? Sulla Stampa si sfidano i “pro life” a prendersi cura di Eluana. Appurato poi che le suore lo fanno, da “Liberazione” si bersagliano con l’accusa di crudeltà. Mi pare evidente che il pregiudizio e l’ideologia accecano, cambiano il Bene in Male e il Male in Bene.

Certo, per chi si dice comunista l’amore cristiano (che è “amore del prossimo” e perfino “amore dei nemici”) è roba pericolosa. Casomai la storia comunista ha trafficato con la categoria e la pratica dell’ “odio di classe”. Loro credevano di poter sistemare il mondo e eliminare l’ingiustizia così, con l’ “odio”, l’antagonismo, la lotta, la rivoluzione. Il marxismo pretendeva di essere una “scienza”, non aveva bisogno di amare nessuno, neanche il proletariato: le stesse leggi ferree dell’economia avrebbero necessariamente portato al comunismo, il “paradiso in terra”. Così hanno costruito i loro inferni (dove sono stati macellati milioni di cristiani).

Oggi i contenuti delle diverse ideologie sembrano accantonati, ma restano certi furori, certi metodi e pregiudizi. Certe astrazioni. Ieri per esempio a pagina 10 dell’Unità, dove si esponevano le discutibili dichiarazioni della “Consulta di bioetica”, si diceva che definire con espressioni come “omicidio di stato” il lasciar morire Eluana significa pronunciare “parole al di là della decenza o della semplice ‘educazione’ ”.

Voltando pagina sempre l’Unità definiva però “assassinio di Stato” l’eventuale condanna a morte ed esecuzione di Tareq Aziz per le imputazioni relative agli anni in cui era dirigente del regime di Saddam Hussein. L’Unità intervista Marco Pannella che si batte perché “nessuno tocchi Caino” e – denunciando lui stesso le responsabilità di Aziz – definisce appunto “assassinio di stato” e “delitto” la sua eventuale esecuzione.

Premesso che siamo tutti contro la pena di morte e che nessuno deve toccare Caino, chiediamo a Pannella e all’Unità: invece Abele sì? Pannella parla di questa sua “battaglia di civiltà”, definisce un “misfatto” l’eventuale esecuzione capitale di Aziz, seppure colpevole, perché la vita umana non è a disposizione degli stati, ma poi, leggo in una agenzia, definisce la sentenza che autorizza la sospensione dell’alimentazione per Eluana come “affermazione della civiltà giuridica, umana e civile”. Stiamo parlando della eventuale morte di una ragazza per fame e per sete. E’ pur vero che non è autosufficiente e non pare cosciente, ma è viva.

Io non posso credere che Pannella e l’Italia, i quali rivendicano la moratoria dell’Onu sulle esecuzioni capitali come una conquista di civiltà, possano poi accettare una simile morte per Eluana. E’ pur vero che in quest’epoca di sbandamento si definisce conquista di civiltà anche l’aborto, ovvero la soppressione – tramite legge di stato – di migliaia e migliaia di piccole vite innocenti. Ma perché la vita di Caino va sempre e comunque protetta, qualunque cosa abbia fatto, e quella di Abele no?

La presenza silenziosa di quelle suore ci fa sapere che da 2000 anni, da quando è venuto Gesù, qualunque essere umano è amato. Un giornalista disse una volta a Madre Teresa di Calcutta che lui non avrebbe fatto ciò che faceva lei per tutto l’oro del mondo e lei rispose: “neanche io”. Ma per Gesù sì. Al di là della sentenza su Eluana, com’è possibile non provare rispetto e ammirazione per queste suore? Non è stupendo che esistano persone così? Sono appassionate a ogni essere umano com’era Gesù che ascoltava tutti, accoglieva tutti e “guariva tutti”. Sono capaci di questo amore per la vita umana perché amano, testimoniano e donano ciò che vale più della vita: Gesù stesso, la Grazia. Cioè la vita eterna, l’unica vera speranza che rende vittoriosi sul dolore e su “sorella morte”.




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