sabato, 27 dicembre 2008
Monsignor Attilio Bianchi nella Messa di mezzanotte ha detto ai presenti
che se non sono preparati ad accogliere gli immigrati, "Gesù non nasce"

Bergamo, niente Bambinello nel presepe
Il parroco spiega ai fedeli: "Non siete pronti"


Bergamo, niente Bambinello nel presepe Il parroco spiega ai fedeli: "Non siete pronti"

BERGAMO - In una chiesa di Bergamo il parroco si è rifiutato di mettere la statuetta di Gesù Bambino nel presepe (come accade, per tradizione, il 24 dicembre), perché la gente "non è pronta". E ora fa discutere la scelta di monsignor Attilio Bianchi, parroco della chiesa di Santa Lucia, il Tempio votivo di Bergamo, annunciata nel corso dell'omelia, alla Messa di Mezzanotte.

Il sacerdote, che durante le omelie domenicali invita i fedeli a curarsi dei poveri e degli emarginati, ha deciso di comportarsi di conseguenza. E durante l'omelia ha proclamato: "Questa notte non è Natale. Non siete pronti. Se non sapete accogliere lo straniero, il diverso, non potete accogliere il Bambin Gesù.
Perciò Gesù non nasce".

E quindi non ha fatto porre nel presepe della chiesa la statuetta (già pronta) del Bambinello. A chi ha chiesto spiegazioni ha poi detto che il presepe era basato sul racconto di Ezio del Favero 'Al chiaro delle stelle', in cui Gesù Bambino esce dalla culla per andare da un bimbo povero che non osava stargli vicino: "Il messaggio che abbiamo voluto dare è proprio questo: Gesù non ha paura di avvicinarsi agli emarginati, agli ultimi. E' ora che chi si dice cattolico metta in pratica gli insegnamenti di Cristo".

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martedì, 07 ottobre 2008
Al via il progetto di ACLI E CTA, che organizzeranno gite gratuite per centinaia di immigrati che lavorano a Napoli 
Napoli, 7 ottobre 2008 - Le ACLI e il Centro Turistico Acli di Napoli organizzeranno una serie di gite gratuite riservate agli immigrati che lavorano a Napoli. Il progetto è denominato "Emigrante? No! Turista", nome che prende spunto dalla famosa battuta del grande Massimo Troisi.
 
"Tanti lavoratori stranieri lavorano a Napoli senza sosta in diversi settori. Noi delle ACLI veniamo in contatto con molti di loro grazie ai nostri servizi di collocamento per le colf, agli sportelli per l'immigrazione e al Patronato Acli.- afferma Pasquale Orlando, presidente delle ACLI di Napoli - vogliamo far sì che conoscano le bellezze di Napoli e della sua provincia, per sentirsi non solo lavoratori ma cittadini di questi luoghi".
 
Le ACLI ed il CTA di Napoli organizzeranno le attività turistiche nell'ambito di un progetto di sostegno all'associazionismo di promozione sociale (legge 383 del 2000). "Si tratta - continua Orlando - di attività che hanno come primo obiettivo quello di combattere il clima montante di xenofobia con una azione di integrazione e inclusione sociale. Vogliamo partire dalle piccole cose:  viaggiare insieme per amare un territorio in cui non vivono più solo italiani, e, così facendo, ringraziare con una azione concreta chi lavora per il nostro benessere a partire dalle tante badanti che sostengono le famiglie napoletane."
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categoria:lavoro, campania, immigrazione, razzismo, acli, xenofobia
sabato, 27 settembre 2008

La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati "che rubano il lavoro"
Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 "i pendolari della fame"

2008, fuga dalla Campania
Ma lo Stato fa finta di nulla

dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI


2008, fuga dalla Campania Ma lo Stato fa finta di nulla

Immigrati che vivono in uno stabile fatiscente a Napoli

CASERTA - I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell'autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l'indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord.

Venti euro al giorno, in nero. Meno degli immigrati africani, o dell'Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c'è lavoro, niente. "Salire" però è un lusso. Chi "va via", chi "lavora su", acquista il diritto di credere in un imprevisto. "Il sottoproletariato marginale - dice Giovanni Laino, dell'Associazione Quartieri spagnoli di Napoli - è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni". Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale.

Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l'unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant'anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall'alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.

Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il "rinascimento campano" è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all'estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. "Più dei rifiuti - dice il sociologo Giovanni Sgritta - più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati".

Chi resta non ha alternative. Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all'usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. "Era un amico - dice - per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant'anni".

È in questo deserto che lo Stato consegna la Campania al "Sistema". La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare "pali", in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. "Ormai - dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana - solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell'abisso del razzismo".

Non è, purtroppo, un'emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. "I poveri sono anonimi e faticosi - dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia - e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell'opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l'Africa dell'Europa: con più violenza e meno dignità".

I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l'affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all'anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.

Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. "L'agghiacciante verità taciuta - dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d'Italia - è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità". Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla "questione meridionale", nessun aiuto concreto. L'Italia, con la Grecia, è l'unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L'unica ad aver cancellato ogni sostegno.

Finiti i soldi anche per l'assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l'esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l'ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. "Questa volta - dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio - i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti".

Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. "La Campania - dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità - non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d'opera clandestina e ammorbidire l'islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell'Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l'affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la "somalizzazione" del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all'esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere".

Dopo trent'anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l'agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. "L'immagine-simbolo - dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di "Gomorra" - è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all'evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l'emergenza cronica in povertà".

Eppure l'Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L'abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant'Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d'affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. "Per cibo, bollette, medicine e vestiti - dice - mi restano 4 euro al giorno". Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia.

"Il Paese - dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta - alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all'istruzione, finge che l'occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L'accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L'unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra".

La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. "Anche la solidarietà - dice la sociologa Enrica Morlicchio - è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste".

Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: "l'assalto ai forni", la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. "Il governo - dice Antonio Mattone della comunità di Sant'Egidio - non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest'anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l'Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia".

Come Marina. Da trent'anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un'encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L'altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l'hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. "Se l'assisto - dice - non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno".

Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. "La scure che sta tagliando il Paese - dice Marco Rossi Doria, maestro di strada - è la fine dell'interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell'italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l'economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l'arma dell'istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità".

Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un "allarme nazionale sui poveri". "Ogni settimana - dice il sociologo Enrico Rebeggiani - se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto".

Per questo, affrontare il cambiamento con l'emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. "Il Paese - dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus - deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l'Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell'arretratezza armata". In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel "basso" hanno aperto un'officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

(27 settembre 2008)

domenica, 24 agosto 2008

bimbi_romAppena tornato da Lourdes... Ma su questo mio viaggio (l'undicesimo verso la città mariana in altrettanti anni) mi soffermerò nei prossimi giorni. Ora vorrei raccontarvi una cosa divertente.

Sono impegnato nel servizio d'ordine di una cerimonia del pellegrinaggio dei gitani, quelli che noi chiamiamo volgarmente "zingari". Giacca e cravatta, stile serio e composto, seppure armato di grandi sorrisi. Come sapete, in Italia, quando un bambino piange, gli si dice "smettila altrimenti ti faccio venire a prendere dagli zingari". L'altro giorno, il mio mondo è stato sovvertito. Uscendo dalla grotta dove apparve la Vergine, un rom si gira verso di me e dice in francese alla figlia di pochi anni che piange "smettila, altrimenti ti faccio portar via da questo signore". Sono sicuro che c'è una morale in questa storia. Io ci sto riflettendo. Vediamo se la trovate voi.  

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categoria:barzelletta, immigrazione, razzismo, rom , lourdes, il mondo alla rovescia
venerdì, 15 agosto 2008

Dal blog di Simone C. Tolomelli, http://www.sasakifujika.net/

Due ragazze peruviane, catechiste (dovesse servire per muovere maggiore indignazione ci mettiamo pure questo), ballerine, studentesse universitarie a Roma sono state scambiate per prostitute ed una di loro ha passato la famosa “notte in guardina”. Succede che per aspettare l’altra si fosse seduta sui gradini di una chiesa, si ferma una volante e le dice: “ma che fai? ma ti devi mettere proprio qui? guarda che questa è una chiesa non ti puoi mettere a lavorare qui”; lei resta allibita, alcuni passanti assistono alla scena e consigliano di andare a denunciare la cosa. Entrambe, sono state trattate decisamente male da due agenti di Polizia. Si recano in commissariato e trovano lo stesso agente che le aveva pesantemente insultate, ne prende una per il braccio (quella senza documenti) e la porta al centro immigrazione, la chiude lì e ne uscirà il mattino dopo alle 10.30. Insomma, le danno della mignotta, la trattano di merda in mezzo ad una piazza pubblica che addirittura i passanti le danno manforte, vuole denunciare l’accaduto e la infilano in mezzo alle mignotte (quelle vere), spacciatori e ladri. Adesso noi possiamo trovare un sacco di motivazioni, indubbiamente. Possiamo dire che con quella gonna così corta lo stupro un po’ se lo cercava. Oppure possiamo dire che l’agente di Polizia stava scherzando e che un po’ la cosa fa sorridere. Eppure, vi giuro, nonostante voi pensiate a cose da film hollywoodiano e masse oceaniche in fuga per l’Europa, e cani che ti mordono al solo passare, insomma sebbene pensiate che sia fatto così, ebbene no: il razzismo è molto più semplice. C’hai la faccia da peruviana? Sei una zoccola. In prigione, senza passare dal via. Ora, io vorrei dirvi che Famiglia Cristiana nel suo essere l’unica -unica- voce che parla apertamente di fascimo, in realtà la sta facendo più brutta di quella che è. Io vorrei nel profondo pensare che se non stiamo attenti allora. Io vorrei pure arrivare a dire che questo paese sta “prendendo una brutta piega” e che dobbiamo correre ai ripari perché se no altrimenti. Ma la realtà è che è troppo tardi. E che voi siete al mare e sia io, per quello che vale e vale poco, che Famiglia Cristiana, parliamo al vento.

lunedì, 04 agosto 2008

Nella calura estiva di questi torridi giorni d’estate una notizia è rimbalzata su tutti i giornali ed ha particolarmente colpito la mia attenzione per come anche i colleghi della stampa hanno deciso di schierarsi, dando enorme risalto alla vicenda. Ecco qui di che parliamo:

 

(ANSA) - NAPOLI, 1 AGO - Partirà alle 20 la fiaccolata di solidarietà a Sant'Anastasia (Napoli) a favore della famiglia Miranda, per la vicenda di Sara. Sara e' la bimba marocchina affidata dalla madre alla famiglia napoletana per sette anni e ora in una casa famiglia. Tutto il paese si e' mobilitato a favore della famiglia Miranda che lotta per riavere la piccola che ora la madre naturale reclama. 'Per noi - spiegano i Miranda - e' importante sentire la vicinanza e la solidarietà del paese'.

corteo

 

Ricapitoliamo. Una bambina marocchina viene data in AFFIDAMENTO ad una famiglia italiana. Un tacito affidamento, senza carte scritte. La madre biologica, che probabilmente oggi ha migliorato la sua condizione psicologica, sociale ed economica, chiede che la bambina torni a stare con lei. La famiglia Miranda che fa? Decide che la bambina è ormai è loro, che in sette anni l’hanno “usucapita” e che è come se fosse loro figlia. Chi è questa donna che si permette ora di chiamarsi madre e che vuole portarla via? Così i Miranda chiedono il sostegno di Sant’Anastasia. E Sant’Anastasia scende in piazza per una fiaccolata. Duemila persone, forse di più. I compagni di classe di Sara. Le maestre. I consiglieri comunali. Tutti d’accordo, nessuna voce contraria: Sara deve rimanere a Sant’Anastasia.

 

Mi chiedo: che sarebbe successo se fosse stata una madre di Sant’Anastasia ad aver lasciato sua figlia in mano ad una famiglia marocchina sette anni fa. Ora non solo avremmo le piazze piene di gente che si chiederebbe come osa una famiglia di extracomunitari pretendere di tenere con sé una bambina italiana (con una chiara vena razzista) ma i fiumi di inchiostro si spenderebbero a favore della madre. In questa storia, cioè, non conta ciò che è giusto o che è sbagliato. Conta solo dove vive e chi è la persona che esige un diritto.

 

Un diritto assolutamente campato in aria. Perché la famiglia Miranda non ha adottato Sara. Ne è solo l’affidataria e pure senza alcuna carta scritta. Ha cioè accettato di tenere Sara con sé finchè i problemi della sua famiglia di origine non fossero stati risolti, cosa che è effettivamente avvenuta. I Mirando oggi esprimono una volontà che è del tutto umana e comprensibile, ma giuridicamente immeritevole di qualsiasi tutela. Mi viene in mente il caso di quella famiglia italiana che rapì (chiamiamo le cose con il proprio nome) una bambina bielorussa che era stata da loro a passare le vacanze estive. Anche allora i media italiani si schierarono dalla parte di chi diritti non ne aveva manco in lontananza.

 

C’è un’altra riflessione da fare: chi prende un bambino in affidamento sa da subito che il bambino non è “suo”. Che potrà essergli tolto in qualsiasi momento. Che è chiamato a dare amore senza poter chiedere nulla in cambio. Viene spiegato subito, si fanno dei corsi ad hoc, gli assistenti sociali ed i magistrati tutelari sono chiamati a farlo ben presente alle famiglie. Il fatto che qualcuno, con il passare degli anni, se lo sia scordi, è veramente odioso.


Sara al momento vive in una casa famiglia. Mi auguro che presto possa riabbracciare quella madre naturale che, lo dimostrano le vicende di questi giorni, l’ha sempre amata senza poterla tenere affianco. E che con lei possa iniziare una nuova vita.  

postato da: micheleippolito alle ore 18:58 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica, giornalismo, immigrazione, razzismo, ansa, affidamento, il mondo alla rovescia