sabato, 18 ottobre 2008
Su Facebook ho il grande onore di avere tra i miei contatti Maurizio Cerino, un pilastro del giornalismogsiani d'inchiesta napoletano, un profondo conoscitore del sistema camorra e del mondo della criminalità organizzata. Maurizio era un amico stretto di Giancarlo Siani, il mio eroe, l'esempio che mi ha ispirato quando ho deciso di intraprendere la professione giornalistica. Qualche giorno fa Maurizio ha buttato giù due note sul suo vecchio amico. Ne è uscito un pezzo poetico, breve ma struggente, tragico ma bellissimo. Sicuro che Maurizio non si offenderà, lo voglio regalare ai lettori del mio blog.
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La camorra non ti avverte quando viene a mettere una bomba (30 maggio 1985), o viene a prendersi una vita e strappa un sogno, 23 settembre 1985. La mafia non avverte quando decide di far scomparire un giornalista, De Mauro, Rostagno, Fava, Peppino Impastato. Arriva e «opera».
Non vogliamo icone. Abbiamo i nostri ricordi dentro di noi: 23 settembre 1985. Un sol nome Giancarlo Siani, 26 anni compiuti il 19 settembre, giornalista VERO, che andava sui fatti e scriveva di suo, senza copiare. Sempre presente, vigile, acuto osservatore.
I muschilli, gli spacciatori baby, il suo ultimo articolo, esistono per davvero.
Non sono cinesi immaginari che precipitano da un container.
Erano ragazzini di 10 anni che spacciavano eroina, che trasportavano i rifornimenti medi, 1 KG dal grossista al dettagliante. Dieci viaggi e il motorino e tuo.
Ma quale prova dello sparo o stupidaggini simili. Noi abbiamo ancora quegli occhi puliti davani a noi, 23 anni dopo. Ecco chi muore di camorra per aver davvero denunciato fatti veri e nuovi, le alleanze e
i tradimenti dei cosiddetti uomini d'onore.
Noi non vogliamo icone, ma non vogliamo più nemmeno ladri di sogni.
Maurizio Cerino, napoletano, italiano 49 anni, la stessa età che avrebbe avuto Giancarlo.
sabato, 27 settembre 2008

La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati "che rubano il lavoro"
Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 "i pendolari della fame"

2008, fuga dalla Campania
Ma lo Stato fa finta di nulla

dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI


2008, fuga dalla Campania Ma lo Stato fa finta di nulla

Immigrati che vivono in uno stabile fatiscente a Napoli

CASERTA - I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell'autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l'indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord.

Venti euro al giorno, in nero. Meno degli immigrati africani, o dell'Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c'è lavoro, niente. "Salire" però è un lusso. Chi "va via", chi "lavora su", acquista il diritto di credere in un imprevisto. "Il sottoproletariato marginale - dice Giovanni Laino, dell'Associazione Quartieri spagnoli di Napoli - è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni". Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale.

Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l'unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant'anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall'alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.

Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il "rinascimento campano" è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all'estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. "Più dei rifiuti - dice il sociologo Giovanni Sgritta - più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati".

Chi resta non ha alternative. Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all'usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. "Era un amico - dice - per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant'anni".

È in questo deserto che lo Stato consegna la Campania al "Sistema". La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare "pali", in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. "Ormai - dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana - solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell'abisso del razzismo".

Non è, purtroppo, un'emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. "I poveri sono anonimi e faticosi - dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia - e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell'opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l'Africa dell'Europa: con più violenza e meno dignità".

I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l'affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all'anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.

Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. "L'agghiacciante verità taciuta - dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d'Italia - è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità". Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla "questione meridionale", nessun aiuto concreto. L'Italia, con la Grecia, è l'unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L'unica ad aver cancellato ogni sostegno.

Finiti i soldi anche per l'assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l'esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l'ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. "Questa volta - dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio - i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti".

Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. "La Campania - dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità - non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d'opera clandestina e ammorbidire l'islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell'Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l'affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la "somalizzazione" del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all'esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere".

Dopo trent'anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l'agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. "L'immagine-simbolo - dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di "Gomorra" - è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all'evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l'emergenza cronica in povertà".

Eppure l'Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L'abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant'Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d'affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. "Per cibo, bollette, medicine e vestiti - dice - mi restano 4 euro al giorno". Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia.

"Il Paese - dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta - alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all'istruzione, finge che l'occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L'accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L'unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra".

La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. "Anche la solidarietà - dice la sociologa Enrica Morlicchio - è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste".

Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: "l'assalto ai forni", la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. "Il governo - dice Antonio Mattone della comunità di Sant'Egidio - non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest'anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l'Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia".

Come Marina. Da trent'anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un'encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L'altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l'hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. "Se l'assisto - dice - non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno".

Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. "La scure che sta tagliando il Paese - dice Marco Rossi Doria, maestro di strada - è la fine dell'interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell'italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l'economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l'arma dell'istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità".

Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un "allarme nazionale sui poveri". "Ogni settimana - dice il sociologo Enrico Rebeggiani - se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto".

Per questo, affrontare il cambiamento con l'emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. "Il Paese - dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus - deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l'Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell'arretratezza armata". In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel "basso" hanno aperto un'officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

(27 settembre 2008)

venerdì, 26 settembre 2008
LAVORO: ACLI, COLMARE DEFICIT RAPPRESENTANZA

Giovani precari, immigrati, lavoratori a bassa qualifica: intere fasce di popolazione a rischio marginalità sociale e politica

Roma, 24 settembre 2008 - Un «nuovo progetto di rappresentanza» per quella fascia di lavoratori e di popolazione «sempre più a rischio di marginalità sociale»: giovani precari, uomini e donne a bassa qualifica professionale, immigrati. E' questo l'ambizioso programma delle Acli per i prossimi anni, come è stato presentato questa mattina, nel corso di un seminario a Roma sul lavoro e l'identità sociale, dal presidente nazionale delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani Andrea Olivero e dal nuovo responsabile del dipartimento lavoro Maurizio Drezzadore.

«Per molti ceti popolari - ha spiegato Drezzadore - prima ancora della tutela manca oggi la rappresentanza e l'accompagnamento dentro i meandri della nuova e competitiva società dei lavori. Nell'era della globalizzazione e delle grandi trasformazioni, le fasce lavoratrici meno qualificate sono quelle più esposte ai rischi di marginalità sociale. Il lavoro, perdendo progressivamente senso e peso sociale, non contribuisce più a creare le forti identità collettive che hanno segnato la storia degli ultimi due secoli».

«Per questo motivo - ha aggiunto Dreazzadore - il compito delle Acli per i prossimi anni non potrà non essere quello di rappresentare i ceti popolari e quella parte del mondo del lavoro che oggi fatica a stare al passo con i cambiamenti, e per questo è meno protetto e resta ai margini della società e della stessa democrazia». Non è un caso - sottolineano le Acli - se il tasso più alto di "antipolitica" (22%, secondo l'ultima ricerca Iref) cioè di passività, lontananza e rifiuto della politica e della partecipazione democratica, si registra proprio nei ceti popolari a basso reddito. «Senza fornire adeguate tutele e rappresentanze a questo pezzo del mondo del lavoro e a questi ceti popolari - ha concluso Dreazzadore - si rischia di creare profonde e insanabili fratture nel tessuto sociale e democratico del nostro Paese».
postato da: micheleippolito alle ore 15:35 | Permalink | commenti
categoria:lavoro, formazione, precariato, acli, dottrina sociale della chiesa, aps , andrea olivero
domenica, 21 settembre 2008

ilmattino-bigNon ho mai avuto la velleità di diventare un redattore del Mattino, mi basta la mia collaborazione da pochi pezzi al mese per farmi felice (veramente felice, era il sogno che avevo da bambino!) però ci sono colleghi bravissimi che da anni sono precari al giornale. Quando dico "precari da anni" intendo riferirmi a periodi superiori ai dieci anni con guadagni che si aggirano sui 3-400 euro netti al mese. Eppure, nonostante tutto questo, quando si libera un posto in redazione a nessuno viene in mente di darlo ad uno di loro. E' una ingiustizia profonda che fa venire anche meno la voglia di lavorare e fa perdere risorse importanti ad un giornale che ha bisogno di persone che hanno fatto gavetta e che hanno dimostrato di conoscere i trucchi del mestiere.

Su www.ilbarbieredellasera.it è stato pubblicato un bel post che racconta in maniera sarcastica quanto poco considerati siano i precari del Mattino. Buona lettura.

17.09.2008
Il Mattino. Non c'è trippa per precari
di Pseudoparagiornalista

Il buongiorno si vede dal Cdr

Nella redazione de Il Mattino il Cdr comincia a fare sul serio. Nella redazione di via Chiatamone siedono i precursori di ieri e i paladini di oggi, delle nuove norme poste a tutela dei "precari", in particolare freelance e collaboratori, che la FNSI vorrebbe far inserire nel nuovo CCNL. Tanto che alla FNSI hanno già deciso: in tutte le strategie future si prenderà ad esempio l'impegno de Il Mattino.

Le ragioni? Nei fatti. Lo scorso anno emerse in via Chiatamone la necessità di rimpinguare la redazione economica centrale con una nuova assunzione. Il Cdr prima ancora che affiorasse una qualche ipotesi, alzò delle barricate che bloccarono la circolazione stradale nel capoluogo e fino a Frattamaggiore. "I precari sono un patrimonio del giornale. E' giusto - tuonò il Cdr - e lo rivendichiamo con forza, che nelle assunzioni il direttore Mario Orfeo verifichi preliminarmente che non vi siano, tra i precari, colleghi in grado di ricoprire le carenze di organico. Su questo siamo irremovilibi".

Orfeo rimase impressionato dalla durissima presa di posizione. Ci pensò su e per non scontentare la redazione, avviò subito questa verifica preliminare ovviamente autocondotta, autogestita ed autocoordinata, con la diretta autosupervisione del direttore Orfeo. Conclusione: in tutto il parco di collaboratori e precari de Il Mattino, in tutte e cinque le province della Campania, nessuno capisce un tubo di economia. Percorso obbligato per il direttore in lacrime: l'assunzione fu fatta all'esterno. Al Cdr non rimase che allargare le braccia e rimuovere le barricate in via Chiatamone.

Manco il tempo per l'amministrazione di sbrigare i vari adempimenti legati all'assunzione, e per il collega economista di prender posto sulla sua nuova poltrona, che ecco aprirsi un nuovo buco in politica.

Orfeo, che evidentemente non riesce a tenere gli occhi ancorati tra quanti già lavorano per Il Mattino, già pensava in quale redazione attingere. Ma ecco che il Cdr stringeva accordi con i protestanti della monnezza e fermava la circolazione autostradale, aerea e ferroviaria a Napoli e in provincia. "No! - tuonò il rappresentante dei collaboratori nel Cdr - stavolta non si passa! L'assunzione tocca ad un precario. E se no che c...o di tutela blateriamo per i precari? Va a finire che non ci crederà neppure la Fnsi".

Nuovo tavolo di confronto e nuova intesa: una apposita commissione avrebbe preliminarmente verificato la sussistenza dei requisiti in capo a qualche collaboratore esterno. A far parte della commissione vengono nominati Mario Orfeo, Orfeo Mario e il direttore responsabile de "Il Mattino" nel ruolo di garante e supervisore.

La verifica anche in questo caso fu quanto mai flash: no, tra i collaboratori di Napoli, Benevento, Caserta, Salerno, Avellino, nessuno capisce un'acca di politica. Ineluttabile anche in questo caso il ricorso all'esterno. I rappresentanti del Cdr, in lacrime, hanno dovuto abbandonare ancora una volta il presidio.

Le lacrime non erano ancora asciutte quando dalla cronaca di Napoli fecero presente che urgeva un redattore in pianta stabile. "Stavolta assumo all'esterno", pensò Orfeo. Non importa se a Repubblica, al Gazzettino parrocchiale o al Corriere degli ammogliati. A costo di arrivare a Milano. L'importante è che l'assunzione sia dall'esterno.

"Niet - tuonò nuovamente il Cdr - uno corno! di qui non si passa. Stavolta è cronaca, l'abc di tanti collaboratori. Prima la verifica interna. Se no sti ragazzi come li motiviamo? E poi, via, c'è anche un discorso di correttezza, di trasparenza". "C'avete rotto con 'ste verifiche" pensò tra se e se Mario Orfeo.

Che anche stavolta però dovette attenersi ai desiderata del Cdr. "Nomino una commissione formata da me, da Mario Orfeo e dal direttore de Il Mattino", disse "che dovrà relazionare non oltre i sette giorni". Ne passò uno soltanto e la relazione fu di appena un rigo: nessuno tra i collaboratori de Il Mattino capisce un cavolo di cronaca. Ovviamente anche quest'assunzione fu fatta, non senza delusione e sofferenza, esternamente. 

Tanti collaboratori e freelance "ignoranti" de Il Mattino sono ovviamente passati ad altre testate, dove cureranno l'oroscopo, le previsioni del tempo e, i più preparati, il block notes degli appuntamenti. Maggiori aspirazioni non ne possono avere giacché per ben tre volte una qualificata commissione super partes ha accertato e certificato l'ignoranza assoluta in materia di cronaca, di economia e di politica (ma di che cavolo hanno scritto fino ad oggi? Bho!).

Ma nel panico, con loro, c'è anche il Cdr, che allorquando si parlerà di tutela dei precari nel rinnovo del CCNL, non avrà un solo interlocutore su cui far valere il proprio impegno e le proprie ragioni.

Meglio guardare ai contrattualizzati,  ha suggerito qualcuno. Del resto, come sindacato, non abbiamo mai saputo fare altro.